Evviva nonno Ugo!

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Conobbi Ugo Rossetti nei primi anni duemila. Il suo mito era ormai in discesa da quasi un decennio, però, nonostante questo, la sua “Città del Mobile” resisteva eroicamente al chilometro 19,600 della via Salaria, quell’indirizzo che ogni romano dell’epoca conosceva bene, per via del martellamento pluridecennale dei suoi spot.

Un giorno venne a prendermi su una grande Mercedes pulitissima, praticamente impeccabile, anche se un po’ da zingaro, per accompagnarmi a vedere lo stabilimento. Guidava nel traffico di Roma, con maestria e con una tranquilla sicurezza, nonostante l’età non fosse più verdissima.

Arrivati in loco, la prima cosa che notai furono le dita di polvere che ricoprivano tutti i mobili in esposizione. Pensai fosse il sintomo di un’inesorabile crisi, del suo ineluttabile declino. Glielo feci notare: “Ma non le converrebbe dare una pulita e una rinfrescata?” gli chiesi.

“Fijo bello, guarda che io la polvere sui mobili ce la lascio apposta – mi risposte prontamente – Uno li vede così, pensa di stare al mercatino, o a Porta Portese e allora pensa pure che il prezzo è conveniente. Pensa che è un affare, così, nun se mette mica a fa calcoli. E compra!”

Fu quella risposta a farmi cambiare radicalmente opinione su di lui. Quello che, fino a un attimo prima, avevo considerato un rozzo burino arricchito, si rivelava essere una mente apparentemente semplice, ma sopraffina. Una sorta di piccolo genio del marketing.

Piccolo, di statura, era abbastanza piccolo, in effetti. Un piccolo grande uomo. Era nato ad Alatri, nel frusinate, nel 1927, ma è a Viterbo che aveva cominciato le proprie fortune, in veste di mobiliere, aprendo lì un negozio. Erano anni in cui la sua attività di mobiliere veniva alternata anche a quella di figurante e di produttore di B-Movie a Cinecittà. Un legame col mondo del cinema che avrebbe pesato non poco nelle sue future scelte imprenditoriali.

Sul finire degli anni Sessanta, decide di trasferire la propria attività alle porte di Roma, poco distante da Monterotondo, in quel km 19,600 della via Salaria, destinato a diventare famoso.

Aveva già deciso di battezzare il proprio capannone in modo pomposo: “La Città del Mobile”, forse immaginando già di costruirci attorno tutta una letteratura, una mitologia, con tanto di sindaco in fascia tricolore e dipendenti in divisa da vigili urbani, come sarebbe poi apparso nei suoi futuri spot.

È con gli anni Ottanta che quell’idea prende corpo. Mentre al nord, il suo equivalente Aiazzone, lancia su varie emittenti private lo slogan “Provare per credere” e acquisisce quasi il monopolio del mercato nella fascia medio-bassa della popolazione, Ugo Rossetti decide di fare lo stesso nel centro-sud e avvia una campagna pubblicitaria destinata a diventare memorabile.

I suoi non sono semplici spot, ma delle vere e proprie fiction. La Città del Mobile viene presentata come una vera e propria città, in cui nascono mille storie, amori e rivalità, problemi, contrasti, che immancabilmente Ugo Rossetti, nelle vesti di sindaco saggio e bonario, riesce puntualmente a risolvere.

Una città con una sua antica tradizione, narrata da Cicerone, che parte addirittura dai tempi di Antonio e Cleopatra, passando per Renzo e Lucia, come si scoprirà in alcuni dei famosi spot, decisamente “trash”, di quel mobilificio.

Accanto a loro, a fare da testimonial per Ugo Rossetti, appariranno via via, personaggi noti e meno noti del mondo dello spettacolo: da Alvaro Vitali ad Andy Luotto, oltre a un gruppo di bellezze niente male, come Carmen Russo, Serena Grandi, Alessia Merz, Pamela Prati, Michela Miti, Maria Teresa Ruta, Enrica Bonaccorti, Sabrina Salerno e a un’allora ancora poco nota Moana Pozzi, “la donna più bella del mondo”, come fu subito ribattezzata in quegli spot.

Durante i fine settimana, nella “Città del Mobile” c’era poi una immancabile festa popolare, dedicata ai più piccoli, anch’essa presentata fin nei dettagli e rilanciata fino allo sfinimento, in quei lunghissimi filmati trasmessi a rotazione dalle principali emittenti locali di Roma e provincia.

A presentare la festa era un ex dipendente Rossetti, trasformatosi in clown, prestigiatore e fantasista, col nome d’arte di “Tata di Ovada”. Accanto a lui si alternavano il già citato Alvaro Vitali, oltre a Cristina D’Avena e soprattutto alla piccola Deborah, nipotina vera o presunta del tycoon della Città del Mobile.

È durante quelle feste che Ugo Rossetti smette i panni del sindaco e dell’imprenditore, per assumere quelli del nonno. Decenni prima di Mario Draghi, lui è già un nonno al servizio della nazione, “il nonno più bravo del mondo!” come non manca mai di dire la nipotina Deborah durante gli spot, aggiungendo poi quella frase destinata a diventare un tormentone, rilanciato anche da migliaia di cartelloni pubblicitari che invadono Roma: “Evviva nonno Ugo!”

E, per dimostrare la sua bontà, Ugo Rossetti – alias Nonno Ugo – regala a tutti i bambini presenti centinaia di giocattoli, che appaiono, come per magia, attraverso una macchina favolosa, anch’essa frutto del suo genio popolare: lo “Sputagiò”, una sorta di distributore automatico di meraviglie, che veniva messo in moto, picchiandoci su con un enorme martello di gommapiuma.

Dunque, fu attraverso questa serie di trovate, spesso oltre il limite del ridicolo, attraverso le sue interminabili pubblicità, in forma di telenovela, attraverso i suoi slogan e i suoi improbabili testimonial, che Ugo Rossetti riuscì a costruire il proprio mito, creando una sorta di auto agiografia, di leggenda popolare, di mito vivente, titillando l’immaginario collettivo e realizzando un mondo fantastico che stimolò a lungo la fantasia dei romani.

Ottenendo, tra l’altro, che tutti parlassero di lui, inclusi gli intellettuali più snob, che lo stigmatizzavano come esempio di rozzezza, fino alle classi popolari, che, oltre tutto, accorrevano spesso da lui in veste di clienti.

Al punto che Nonno Ugo, come spesso accade agli imprenditori di successo, per un attimo decise di sfruttare la propria notorietà anche per buttarsi in politica. Ma in quel caso il suo fiuto lo tradì e sbagliò completamente i tempi. Provò a candidarsi nelle fila di una ormai morente Democrazia Cristiana, proprio negli anni in cui Mani Pulite spazzava via la prima repubblica. Ottenne un buon numero di preferenze personali, ma scarsi voti di lista e non fu mai eletto.

Da lì cominciò il declino. Lento. Discreto. Oggi la città del Mobile non esiste più, ma – a differenza di quanto accaduto agli stabilimenti del suo omologo Aiazzone, ormai divenuti una sorta di rudere dell’archeologia industriale – a proseguirne l’attività ci ha pensato un altro famoso marchio dell’arredamento a basso costo: Mondo Convenienza, la cui insegna ora svetta al chilometro 19,600 della via Salaria.

Certo, non c’è più la nipotina Deborah, che ormai avrà passato gli “anta”. Non c’è più lo “Sputagiò”, né Antonio e Cleopatra. Non ci sono più i dipendenti in divisa da vigili. Non c’è più Moana Pozzi. Non ci sono più le “buone cose di pessimo gusto” – come le avrebbe definite Guido Gozzano – che contribuirono a creare quella strana Italia popolare degli anni Ottanta, che molti, all’epoca, trattarono con disprezzo e sufficienza, ma che oggi viene voglia di rimpiangere.

Proprio come verrebbe voglia di fare, ripensando a quel curioso personaggio che fu Ugo Rossetti. E allora, adesso, vorremmo essere noi davanti allo “Sputagiò”, per poter gridare al posto della nipotina Deborah: “Evviva nonno Ugo!”

29-08-2022 | © Riproduzione riservata

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