“Sono cresciuta proprio come voi: avevo un papà rockstar, chiamavo i miei genitori con il loro nome di battesimo, avevo due cammelli invisibili come compagni di giochi e fantasticavo di seguire, un giorno, le orme di Frank, aiutando le persone e facendole ridere, anche se io sarei stata vestita da suora”.
Ti chiami Moon Unit, sei nata a New York il 28 settembre 1967, i tuoi genitori sono Frank e Gail. Tua madre crede alla stregoneria, all’astrologia, agli extraterrestri nell’Area 51, alla maledizione di Tuankhamon, al mostro di Loch Ness, alle percezioni extrasensoriali e a molte altre cose strambe che la tengono un po’ al riparo dalle sue frustrazioni. Tuo padre morirà di cancro a 53 anni e avrà un posto assicurato nella hall of fame dei grandi geni della musica del secolo scorso, proprio accanto a Satie, Stravinskij e Edgard Varèse. Ti manca anche quando non è in tour per il mondo e se ne sta rintanato nello studio di registrazione che ha attrezzato nel seminterrato della vostra casa in California. Dorme di giorno, lavora alle sue composizioni consumando quantità esagerate di caffè e sigarette. Lo osservi di nascosto, lo cerchi ma lui è sempre altrove, fisicamente o con la testa. La musica è il suo ossigeno, la sua ragione di vita. A te, fin da bambina, è stato affidato il ruolo impegnativo di occuparti di Dweezil, Ahmet e Diva, i figli più piccoli. Più tardi farai la tua parte nell’azienda di famiglia; avrai perfino il tuo momento di gloria grazie a Valley Girl, una canzone nata dal desiderio di attirare l’attenzione di Frank, poi diventata fortuitamente l’unica vera hit della sua carriera, con tanto di nomination ai Grammy Awards e ospitata al programma Late Night with David Letterman.
Oltre i cancelli della villa di famiglia con piscina, giù dalle colline che si affacciano su Laurel Canyon, brulica un’umanità variegata che non di rado ha libero accesso in casa: musicisti, spostati prelevati di peso da un racconto di Philip K. Dick, groupies fameliche in pantaloncini e top trasparenti che si chiamano Miss Pamela, Miss Lucy, Miss Sparky, Miss Cinderella e, sì, farebbero di tutto per essere al posto di Gail. Vige un’unica regola: niente alcolici, niente droghe. A Frank piace il sesso libero. Adora il linguaggio scurrile, i gestacci, i rumori corporei che fanno arrossire. È uno strenuo sostenitore della libertà di parola e, come Lenny Bruce, padre putativo di tutti gli stand-up comedians venuti dopo di lui, combatte contro ogni forma di censura. Ma se uno dei suoi amici o, peggio, dei musicisti che chiama a collaborare, si aggira per casa con uno spinello tra le labbra, non ci pensa due volte a dargli il benservito.
Il memoir della primogenita di Frank e Gail sembra una sit-com tragicomica sceneggiata da Chuck Palahniuk. È la storia di una famiglia americana appena più eccentrica rispetto alle altre (Moon se ne renderà conto da adolescente, quando comincerà a frequentare coetanee istigate dalle madri a manipolare danarosi rampolli di Bel Air e Mulholland Drive stuzzicandoli con un po’ di sano petting sul divano di casa). Non sono i Kennedy né gli Addams o i Corleone, però è vero che di sé e dei suoi congiunti, Moon risparmia al lettore il minimo indispensabile. E sono pagine in equilibrio tra farsa e dramma, ricordi di un padre famoso, ingombrante in presenza quanto da imperdonabile assente. Tutto vero, sebbene sembri un romanzo avvincente in cui la protagonista è destinata a cavarsela da sola nel mondo fin dai primi vagiti.
Terra chiama Luna, Moon Unit Zappa, Mondadori, 420 pagine, 24 euro, traduzione di Gianni Pannofino.

