18 Gennaio 2026

A Roma con Aurelio Picca

Nino G. D’Attis recensisce l’ultimo libro dello scrittore e poeta Aurelio Picca, nuovamente dedicato alla Capitale. “Non un romanzo, quanto una corposa silloge che mette insieme ricordi personali, incontri, avventure, luoghi e apparizioni…”.

Nel corpo e nel sangue di Roma; nei volti e dentro le parole di nobili, operai, infermieri, autisti dell’Atac, poeti, pugili, attori, usurai, fioraie, cavallari e tanta altra varia umanità. Roma mia, non morirò più, il nuovo libro di Aurelio Picca – il terzo con Roma nel titolo dopo Arsenale di Roma distrutta (2018) e Il più grande criminale di Roma è stato amico mio (2020) – è fatto di testi – anzi, di “cartoline”, come le chiama l’autore – che arrivano in gran parte dal passato e, intuiamo, da occasioni diverse (articoli, appunti, frammenti sparsi).

Non un romanzo, quanto una corposa silloge che mette insieme ricordi personali, incontri, avventure, luoghi e apparizioni (toccanti le pagine dedicate ad Amelia Rosselli, Mario Schifano, Giulietta Masina e Federico Fellini) e che, volutamente, di Aurelio Picca, inflessibile, inafferrabile randagio e corsaro della letteratura italiana, racconta molto: infanzia, giovinezza, malanni d’amore, fughe in Corsica, in Sardegna, on the road sulla Costa Azzurra, a bordo di una Saab turbo e in compagnia di due sdrenati cronici: “Ero tornato un ghepardo con la camicia di seta verde lucertola aperta a V fino all’ombelico. Guidavo solo io. Io ero il pilota. El Guero esaminava e studiava la cartina stradale, il Fuochista non faceva un cazzo”.

Ecco allora di corsa, col piede calcato sull’acceleratore (è uno sfrenato gonzo-memoir, gente!), gli anni Sessanta, i Settanta, Ottanta, Novanta, Duemila. Gli anni attraversati da uno scrittore refrattario alle mode, ai salottini lindi e ipocriti con vista panoramica sullo Strega e vanità cretine da spacciare come verità griffate ai polli. Molto meglio le serate da seimila watt al Brancaleone insieme al dj Massimo Trodini, appassionato di motociclette giapponesi. Una notte a bordo di un’ambulanza, quella dopo in compagnia di una pattuglia dei carabinieri sulla Palmiro Togliatti, dentro un ingorgo, tra clienti di mignotte e trans in sfilata commerciale. Meglio un salto al bar di Zagaja a Capocotta, a vedere da vicino lo spettacolare zoo dei siliconati: “Non c’è un signore, uomo, donna, individuo, che non abbia le labbra gonfie”. Er Zagaja che ha due figlie, Katiuscia e Natascia, e afferma grave e convinto che Capocotta è “er buco de Roma”. Poi, un po’ di pagine più avanti, qualcosa di completamente diverso come la visita al santuario consacrato alla Madonna del Divino Amore sulla via Ardeatina; la Madonna dei romani, “la Madonna del popolo disperato”.

È un mondo meraviglioso, a tratti grottesco che si apre agli occhi del lettore: per scorci, per lampi che illuminano muri, strade, piazze, perfino un po’ di quel cielo che a Roma è notoriamente finto, cinematografico, fatto dagli artigiani che una volta – prima degli orrendi effetti digitali, prima dell’infausto avvento della deficienza artificiale – lavoravano di fino notte e giorno per ricrearlo a regola d’arte, il cielo. È poesia che, come sangue, sgorga da una selvaggia scazzottata con la parola, con tutte le parole che messe in fila, sistemate ad asciugare sulla pagina, rendono manifesta la grandezza di un autentico cacciatore di storie.

Roma mia, non morirò più, Aurelio Picca, La Nave di Teseo, 384 pagine, 22 euro

Post correlati

Roma meneghina

Massimiliano Cacciotti

Il bacio della discordia

Massimiliano Cacciotti

Non solo Spelacchio: W gli alberi di Roma

Guglielmo Calcerano

Il candidato della “speranza smarrita”

Massimiliano Di Giorgio

Volare con le parole, a Ostia

RR

Tutte le sale studio di Roma

RR

Lascia un commento