Negli ultimi giorni si sono verificati almeno quattro casi di studenti – a Padova, Belluno, Treviso e Firenze – che, pur avendo già la sufficienza sufficiente per essere promossi, hanno deciso di boicottare con il silenzio l’orale finale della maturità. I casi sono esplosi in rapida sequenza – Veneto, Toscana – e l’eco ha innescato una risposta decisa: il ministro Valditara ha annunciato che chi boicotterà l’orale sarà bocciato dall’anno prossimo. È stato scritto già di tutto. Credo però che valga la pena focalizzarsi sul significato destrutturante e trasformativo dei riti.
L’esame di maturità è, da sempre, un rito di passaggio: un momento liminale che separa l’adolescenza dalla giovane età adulta. Come ci ha insegnato Arnold van Gennep nel 1909, ogni società strutturata ha i suoi rituali di passaggio: nascita, pubertà, matrimonio, morte. La scuola, nella sua funzione culturale, non educa soltanto: formalizza il tempo dell’apprendimento dentro un tempo rituale. E il buon vecchio Freud ci ricorda anche che ogni rito culturale è una forma di contenimento dell’angoscia attraverso la condivisione con il gruppo.
Ma il rito perde il suo significato quando viene svuotato del senso collettivo e si riduce a spettacolo.
In un’epoca dominata dalla performatività dei social media e dall’esposizione del proprio capitale sociale attraverso esperienze ritenute imprescindibili- Non vuoi far studiare all’estero tuo figlio? Non lo vuoi mandare a sciare? Non vuoi che sappia due lingue? -, anche la contestazione diventa branding personale. Il gesto del rifiuto, registrato, commentato, amplificato, si trasforma in “performance pubblica” di disapprovazione, più che in atto intimo di trasformazione.
Così, in una società che ha collettivizzato l’immagine del dolore come quella della felicità, il rito non è più un passaggio ma un’esposizione. Anche il gesto di dissenso diventa una esposizione muta, ma visibilissima: riconoscetemi per ciò che sono, non per ciò che recito. Ma in quel paradosso sto già recitando la parte del dissenziente. Un’altra cosa, più matura, sarebbe stata l’accettazione di subire il rito (faccio l’orale) e poi smantellarlo (rifiuto il voto). Senza voler citare Gesù, ma facciamolo: ci si fa crocefiggere per poi risorgere. Lo hanno fatto anche i grandi che hanno cambiato la storia.
Ci siamo dimenticati il valore educativo fondamentale del rito: il rito non cambia il mondo, il rito cambia le persone e le persone cambiano il mondo.
Eppure, anche la scuola, che è zeppa di riti, sta perdendo il suo contenitore di senso, trasformandosi in un palcoscenico di ansie, quello sì per alcuni insostenibile, che non finiscono certo sui social. Li vediamo noi in neuropsichiatria. Noi genitori e professionisti ci stiamo sempre più accorgendo che la scuola, devastata da riforme su riforme poco calate nella realtà, valuta sui voti senza conoscere davvero i ragazzi. Jean Baudrillard parlava di simulacri: segni che non rappresentano più nulla se non se stessi. Il voto scolastico, di per sé un indice di apprendimento, è oggi spesso un numero orfano, sganciato dal processo reale di crescita. Invece di sperimentare, gli studenti imparano a ottimizzare il voto, non il sapere. Cosa resta allora dell’intento educativo? Una competenza addestrata, non una coscienza coltivata.
Secondo Bourdieu, la scuola riproduce le disuguaglianze culturali e sociali. Con l’ingresso della logica di mercato, tecnologia e pluralismo valoriale, la fiducia nei processi educativi crolla. Non è un semplice malfunzionamento: è la crisi dell’identità educativa della scuola che ha come fine la formazione di cittadini pronti per il mercato universitario e del lavoro. Ne escono giovani preoccupati dall’immagine performativa, ma privi di spazi sicuri per costruire autentica identità. Sono giovani per la maggior parte abituati ad una catena di montaggio di voti ma che non si fanno quasi più domande.
Ma le radici della perdita del significato profondo del rito di passaggio vanno ben oltre la scena muta all’esame di maturità.
In un mondo in cui il tempo è liquido (Bauman), l’identità flessibile e l’esperienza individualizzata, il rito sembra un fossile antropologico, un orpello arcaico della tribù che fu. Eppure — o forse proprio per questo — sarebbe davvero necessario recuperarne oggi il senso.
Che cos’è un rito di passaggio, in parole umane
L’antropologo Arnold van Gennep, nel 1909, definì i riti di passaggio come quei momenti simbolici che scandiscono il passaggio da una fase all’altra della vita. Ogni rito prevedeva tre fasi: separazione (l’uscita dallo status precedente), margine (il tempo della sospensione), aggregazione (il reinserimento nel nuovo status). In altre parole: i riti ci permettono di dare un senso al cambiamento, di ordinare il caos, di dire “qui finisce una cosa, e qui ne inizia un’altra”. Senza, restiamo sospesi. Adulti-bambini. Bambini-adulti. Anime disordinate in un flusso continuo.
Il cortocircuito postmoderno: quando il rito svanisce, resta solo l’evento
Oggi, i riti sono stati sostituiti dagli eventi. Non celebriamo la crescita, la mettiamo in scena. La fine della primaria, della secondaria, la maturità e la laurea sono feste carnevalesche, la perdita è un post commemorativo, il matrimonio una performance per Instagram.
Il rito ha bisogno di lentezza, partecipazione emotiva, simboli condivisi. In un mondo dominato dalla velocità, visibilità e solitudine, non abbiamo più né il tempo né il vocabolario per produrre senso collettivo.
Come ha osservato Victor Turner, altro grande antropologo del rito, la società moderna ha trasformato il rito in simulacro di sé stesso: ciò che resta è la forma, senza più il contenuto trasformativo.
Un mio paziente – trentenne già sulla cresta dell’onda economico professionale – un giorno mi disse: “Ci laureiamo, ma non ci sentiamo adulti. Ci sposiamo, ma non ci sentiamo uniti. Piangiamo, ma non ci sentiamo autorizzati a soffrire”.
Senza riti, chi siamo? Il vuoto psicologico del passaggio non segnato
Quando mancano riti chiari, non c’è un punto di svolta riconosciuto. La generazione Z — e perfino quella millennial — vive una prolungata adolescenza esistenziale, dove tutto è possibile, ma niente è definitivo. Si è sempre “in attesa di diventare”, ma mai arrivati. A questo si aggiunge il narcisismo del “do-it-yourself”: in assenza di riti condivisi, ognuno cerca il proprio. Ma l’auto-ritualizzazione porta spesso a un vuoto performativo: cambiamo status su Facebook, ci tatuiamo simboli, ma nulla cambia davvero dentro.
I riti non servivano solo a segnare il tempo, ma a costruire significato. Erano ponti tra l’individuo e la comunità, tra l’io e l’Altro, tra l’oggi e l’eterno. Senza di essi, rischiamo una forma moderna di analfabetismo simbolico.
I riti servono ancora, ma ne servono di nuovi, non solo il ritorno nostalgico ai vecchi. Riti che parlino il linguaggio dell’oggi, senza perdere la funzione di sempre: riconoscere, trasformare, integrare.
Non servono più “riti religiosi”, ma riti psicologici: passaggi condivisi che aiutino a metabolizzare il lutto, l’inizio, la fine, l’imprevisto. Non basta “fare la festa dei 18 anni”, serve un accompagnamento simbolico alla responsabilità. Non basta dire “sei adulto, ora”, bisogna creare momenti in cui la comunità riconosce quel cambiamento e lo restituisce con un nuovo ruolo. La sfida è creare riti autentici in una cultura della superficialità. Come?
Recuperare il tempo lento: il rito ha bisogno di sospensione. La scuola, il lavoro, la società devono reimparare a “fare pausa”, per riconoscere i passaggi.
Restituire centralità al corpo e all’esperienza: il rito è corporeo, incarnato. Non si fa solo nella mente, ma nei gesti, nei luoghi, nei contatti.
Coltivare comunità simboliche: anche nei contesti laici (la scuola, la sanità, il lavoro), possiamo costruire riti collettivi, nuovi simboli per vecchi bisogni.
In un’epoca che ci chiede di essere “sempre pronti, sempre fluidi, sempre performanti, sempre felici”, il rito è una piccola ribellione sacra: ci costringe a fermarci, a sentire, a cambiare davvero.
Forse è proprio questo il senso profondo del disagio che molti giovani esprimono oggi. Non mancano solo le opportunità, mancano i passaggi. Siamo tutti su una scala mobile infinita, ma senza il cartello che ci dica a quale piano siamo arrivati.
E senza riti, si può anche vivere. Ma non si diventa mai nessuno.

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