18 Gennaio 2026

Abel Ferrara, memorie di un cineasta selvaggio

Dallo scantinato polveroso dei “verdi anni” alle strade di Roma: un ritratto elettrico di Abel Ferrara attraverso il suo nuovo memoir, tra scommesse con la malavita, visioni proibite e la ricerca costante di una verità cinematografica senza filtri.

Ho questo ricordo dei miei verdi anni: un polveroso scantinato di universitari malati di cinema, sedie pieghevoli di legno, birra scadente, fumo quanto basta e una copia in videocassetta di The Driller Killer come una sacra reliquia recuperata chissà dove, chissà da chi. Avevamo già visto in una vera sala King of New York e Il Cattivo Tenente; ci eravamo innamorati all’istante del cinema di questo regista di origini italiane cresciuto nel Bronx che a me piaceva quanto Godard e più di Scorsese (è ancora oggi così). Scusate, ho fatto un quadretto carino ma non credo di aver reso bene l’idea: quei film così crudi, disturbanti, impregnati di poesia di strada arricchivano il nostro bagaglio di letture proibite, di ascolti rumorosi. Erano John Zorn che soffia nel sassofono sulle pagine di Jean Genet; le ragazze immortalate da Richard Kern che prendevano vita nelle nostre camerette mentre sul piatto girava Confusion is sex dei Sonic Youth. A quel punto l’obiettivo era recuperare le prime cose che Abel Ferrara aveva realizzato per il grande e il piccolo schermo (lo scrivo subito: se un valoroso eroe del nostro gruppo di viziosi della settima arte ebbe il merito di portare in dote una VHS consumata sulla quale aveva registrato – sacrificando tra lacrime amare un porno con Lilli Carati – i due episodi di Miami Vice del 1984-85, la ricerca di 9 Lives of a wet pussy, annata 1976 si rivelò la nostra missione impossibile).

«Per finanziarlo andò a chiedere i soldi alla malavita di New York».
«Non ci credo, è una bufala».
«Ti dico che è così, lo giuro su Sant’Orson Welles!».

  Un inverno di molti anni dopo, per caso, in una libreria in via Nazionale, mi sarei imbattuto nell’uomo in carne, ossa, cappotto, moglie e figlia al seguito. Ebbi il tempo di stringergli la mano e dirgli grazie, in particolare per Occhi di serpente, The Addiction e Blackout, tre pellicole che ho da sempre nella testa e nel cuore. Grazie Maestro, tu sei uno onesto, uno a posto, uno vero, adesso Roma è casa tua, Dio ti benedica e ti mantenga ancora per molto in vita dopo tutto quello che ti sei fatto.

  L’uomo sorrise divertito.
«Parla italiano?».
«Poco poco», mormorò.

Gli incontri, le situazioni, le condizioni assurde nelle quali Ferrara si è ritrovato a dover sviluppare ogni progetto sono raccontate con rari omissis e pochi filtri in un memoir voluto da Elisabetta Sgarbi e curato dal giornalista di Rolling Stone Timothy Ferris. Sono pagine di cinema, inteso come professione ma anche come passione (“Non aprite quella porta fu forse il film più importante della nostra vita. (…) Lasciando per il momento perdere Pasolini, Buñuel e Godard, la nostra stella polare divenne Tobe Hopper”), montate insieme ai ricordi di una grande famiglia creata dal nonno Abele, nato a Sarno ed emigrato clandestinamente in America nel 1900 e da una nonna che a Morris Park vendeva miracoli: “Casa sua era piena di immagini e statue di santi. Le donne del circondario entravano e ci appiccicavano sopra le banconote con richieste specifiche”. Padre ludopatico e alcolizzato; uno zio – Bobo – che in qualche tratto fa venire in mente il personaggio di Johnny Tempio interpretato da Vincent Gallo in Fratelli. E la madre innamorata del cinema (con lei andrà a vedere Shining di Kubrick tifando per il personaggio di Shelley Duvall). Debbie Harry a Chelsea: “Beveva la vodka insieme a me e restava in piedi tutta la notte finché non dovevo tornare sul set”. Zoë Lund, protagonista de L’angelo della vendetta, morta a Parigi a trentanove anni per le conseguenze di una prolungata tossicodipendenza, qui ritratta in piena furia creativa mentre scrive la sceneggiatura di un film che Christopher Walken avrebbe voluto fare su John Holmes.

Abel Ferrara, sopravvissuto alla mafia, ai raggiri del maledetto sistema-cinema, all’autodistruzione perpetrata con le peggiori dipendenze (“Se vuoi la versione poetica, puoi andarti a leggere Byron o Burroughs”), ai creditori e alle donne che gli hanno spezzato il cuore, dovrebbe essere consacrato patrimonio dell’umanità. Troppo, dite? Va bene, tenetevi stretti Ozpetek e Nanni Moretti, James Cameron e compagnia bella. Personalmente ho idea che se, per fiabesca ipotesi qualcuno dovesse prospettargli un’investitura del genere, lui risponderebbe saggiamente: «Ok. Quanto mi date?»

Scene, Abel Ferrara, La Nave di Teseo, 240 pagine, 22 euro

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