Durante il referendum di questo weekend diversi elettori romani hanno notato una novità ai seggi: niente più fila degli uomini e fila delle donne, ma un unico elenco alfabetico diviso tra A-L e M-Z. Non è una scelta locale — è la prima applicazione nazionale di una riforma introdotta dal decreto elezioni del 2025, che per la prima volta nella storia repubblicana elimina la divisione per sesso alle urne. La ragione principale è la tutela delle persone in transizione di genere. Ma ci sono anche effetti pratici sulle code.

Diversi elettori romani lo hanno notato durante il referendum sulla magistratura, il 22 e 23 marzo: allo sportello del seggio non c’era più il registro degli uomini e il registro delle donne, ma un unico elenco alfabetico diviso tra cognomi A-L e cognomi M-Z. In qualcuno ha suscitato curiosità, in qualcuno la sensazione che il proprio seggio avesse deciso di fare le cose a modo suo. Non è così. Si tratta della prima applicazione su scala nazionale di una modifica introdotta dalla conversione in legge del decreto-legge 27 del 2025, e rompe con una tradizione che durava dal 1946, dall’introduzione del suffragio universale in Italia.
Una norma nazionale, non locale
Non è una scelta del Comune di Roma né di singoli presidenti di seggio. È una modifica introdotta a livello nazionale da un emendamento della senatrice del Partito Democratico Cecilia D’Elia al cosiddetto decreto elezioni. Alcune regioni avevano già sperimentato la novità nelle elezioni regionali, ma questo referendum è il primo banco di prova su scala nazionale. La motivazione dichiarata e prevalente non è la riduzione delle code, ma la tutela delle persone che stanno affrontando un percorso di transizione di genere e di chi non si riconosce in nessuno dei due generi. Il vecchio sistema imponeva a queste persone di presentarsi allo sportello corrispondente al sesso anagrafico – che può non corrispondere all’identità vissuta – davanti a una fila di sconosciuti. Una fonte di disagio concreta, spesso silenziosa.
Lo stesso decreto elimina l’indicazione di genere sulla tessera elettorale e cancella l’uso del cognome del marito per le donne sposate o vedove nelle liste elettorali, un residuo del codice civile fascista che era sopravvissuto fino ad oggi.
Gli effetti pratici
La riduzione delle code è un effetto collaterale reale, anche se secondario rispetto alle intenzioni del legislatore. Il vecchio sistema creava squilibri: in certi seggi la fila degli uomini era lunga e quella delle donne scorrevole, o viceversa, a seconda della composizione demografica del quartiere e dell’affluenza oraria. Con un unico elenco alfabetico il flusso si distribuisce in modo più uniforme tra i due sportelli.
C’è però un effetto pratico meno discusso: la distribuzione alfabetica dei cognomi italiani non è perfettamente equilibrata. I cognomi nella prima metà dell’alfabeto sono statisticamente più frequenti, il che significa che lo sportello A-L tende ad essere più carico di quello M-Z. Un sistema di distribuzione per data di nascita o per numero progressivo di tessera sarebbe tecnicamente più efficiente, ma molto meno immediato da gestire per i presidenti di seggio.
La modifica passerà probabilmente inosservata ai più — è il tipo di cambiamento che si nota solo se si è già stati ai seggi molte volte e si ha l’occhio allenato. Ma è una di quelle piccole revisioni amministrative che cambiano l’esperienza concreta di una minoranza di persone in modo significativo, senza costare nulla agli altri.
