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8 Marzo 2026

AK-47 – Kalashnikov, quando la fiction diventa arma (di propaganda)

Dall’Occidente che rilegge se stesso con il filtro dell’inclusività, alla Russia che invece celebra i propri miti identitari: il cinema e le piattaforme streaming si confermano terreno di scontro culturale e politico.

 
Quando ero piccolo, mio padre mi diceva che la televisione ormai offriva una tale scelta da essere un’irresistibile tentazione. Eravamo negli anni Ottanta, erano appena arrivate le tv commerciali, che certo rispetto al canale unico che aveva accompagnato la giovinezza di mio padre erano numerose e sembravano dare una grande possibilità di scelta.
Mi chiedo spesso cosa avrebbe detto, mio padre, delle quasi infinite possibilità che offrono oggi le tv on-demand, con cataloghi enormi e fruibili all’istante. Detto questo, i palinsesti – cataloghi vanno riempiti di contenuti che ormai vengono da tutto il mondo, anche da quello che in teoria sembrerebbe più ostile.
Le nostre major – intendo quelle occidentali – sono impegnate in un’opera sempre più critica della nostra società, in cui una sorta di senso di colpa finisce per condannare la quasi totalità della storia dell’occidente, pur tra mille distinguo, che comunque ne impediscono una narrazione positiva.
Questo impegno è condiviso anche da alcuni dei canali streaming, che sono anche produttori oltre che distributori. Trovare un film prodotto negli anni Venti di questo secolo con un protagonista bianco, maschio, cisgender ed eterosessuale è piuttosto raro. Anche i supereroi sono diventati quasi tutti donne o di colore, pure Thor il dio dei fulmini norreno e super eroe Marvel a un certo punto cede il suo martello Mjölnir ad un’eroina: la dottoressa Jane Foster.

 

Invece ad altre latitudini ricordano che il “cinema è l’arma più forte” – come diceva Er puzzone – e la usano largamente per fare la più limpida propaganda e rafforzare le radici più profonde dei loro regimi, che sono molto identitari e celebrano anche eventi e fasi storiche che per alcuni di noi sarebbe difficile esaltare.  
Mi è capitato di vedere un film russo che, proprio facendo quest’operazione, raggiunge un candore quasi grottesco. L’opera ha un titolo che lascia adito a pochi dubbi, “AK-47 – Kalashnikov”, e celebra la vita del sergente Michail Kalashnikov, inventore del famoso e famigerato fucile d’assalto sovietico.
Il film, girato piuttosto bene, ci racconta della Grande Guerra Patriottica dei sovietici contro nazisti, nella quale cui il sergente Kalashnikov, un carrista, viene ferito al braccio. E della sua passione per le invenzioni, del suo amore per una giovane compagna conosciuta in un centro militare per il perfezionamento e la progettazione di nuove armi (ci vengono mostrate le difficoltà, i tentativi e i fallimenti che poi porteranno alla vittoria che in questo caso e al realizzazione del miglior fucile d’assalto di tutti i tempi.)

La scena più ingenua e insieme più iconica, come si dice adesso, è un flashback. Michail è un bambino biondo che si aggira per l’aia della sua piccola fattoria; ha in mano un arnese costruito da lui, un giocattolo, fatto per metà con dei tubi, due canne, e con della lana grezza o dello stucco, non si capisce bene. Con il suo giocattolo punta una gallina e finge di sparargli. Il padre, classico contadino della Russia profonda, almeno nei cliché, con lunga barba e grande stazza, lo chiama e gli chiede: “Michail che fai? Che nascondi? Spari alle galline?”.
La scena vuole essere bucolica ed evocativa, ma crea uno strano stridore. La retorica e l’uso dei topos della propaganda – bambini, forza, perseveranza, resistenza, coraggio, popolo – raggiungono vette assolute. Il bimbo biondo che impugna il suo fucilino, simbolo del candore del popolo russo anche quando uccide.

La cosa divertente è che a distribuire il film in molte lingue, tra cui la nostra, è una piattaforma statunitense per la precisione Prime di Amazon. Non parliamo di Sergei Ėjzenštejn, grande regista russo di regime – anche se da noi forse è più famoso per quella scena, ricostruita, della Corazzata Potëmkin e per la battuta di Fantozzi che per le sue note capacità artistiche. E nemmeno di Leni Riefenstahl, le regista più importante del regime nazista. Ma val la pena di raccontare lo stesso quel che succede nel cinema del nuovo regime rossobruno di Putin. Il regista, pur bravo, di “AK-47 – Kalashnikov” si chiama Konstantin Buslov.  

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