10 Febbraio 2026

Alla fine della fiera

Brevi riflessioni a bocce ferme su Più Libri Più Liberi, l’evento che, mai come quest’anno, si è rivelato essere una cartina di tornasole della nostra società.

Per giorni e giorni sui social, sui giornali, in tv non si è parlato d’altro: per quasi una settimana, gran parte dell’attenzione dei media nazionali si è concentrata su “Più Libri Più Liberi”, la fiera della piccola e media editoria, che si è svolta, dal quattro all’otto dicembre, presso il Centro Congressi “La Nuvola”, all’Eur.

Che una fiera del libro possa ottenere così tante attenzioni, è già di per sé una notizia e sarebbe anche una notizia molto positiva, se questo fosse il segno di un rinnovato interesse per un settore che è da decenni in forte sofferenza, come quello dell’editoria, nonostante la sua importanza centrale per la formazione culturale del paese.

In realtà – come la maggior parte di voi sa – il motivo scatenante di tanta attenzione non è legato a un rinnovato interesse per la lettura. Tutto è nato, infatti, dalla presenza, fra gli espositori, di una casa editrice fortemente schierata a destra, con un catalogo di opere in cui campeggiano titoli e autori di stampo dichiaratamente fascista.

Questa presenza ha provocato fortissime polemiche, con un gruppo d’intellettuali di area liberal che hanno redatto un documento per scongiurare la presenza in fiera di un editore al quale si è contestato “un progetto apologetico che dipinge la temperie dei fascismi europei, anche nei loro aspetti più violenti, persecutori e sanguinari, come un’esperienza eroica da cui trarre esempio”.

Al documento sono poi seguite anche alcune defezioni di personalità originariamente previste in presenza alla fiera Più Libri Più Liberi, tra cui quella di Zerocalcare, che ha preferito non partecipare all’evento.

Dunque la grande attenzione dei media ha interessato solo marginalmente il tema dell’editoria. Il dibattito si è configurato soprattutto come uno scontro fra diverse tifoserie politiche, perfetto per scaldare gli animi e inondare di post e commenti tutti i principali social, con una divisione, più o meno equa, fra chi denunciava un’illegale apologia del fascismo e chi, dall’altra parte, denunciava un’altrettanto illegale censura antidemocratica.

Uno scontro, il cui principale beneficiario ha finito per essere proprio il presunto editore filo-fascista di cui si chiedeva la cacciata, quel “Passaggio al bosco” il cui stand è stato assediato da migliaia di visitatori, risultando essere il più visitato della fiera, con un boom di vendite proprio di quei testi al centro della polemica.

Eccoci dunque a un primo punto paradigmatico e rivelatore delle dinamiche sociali in essere: l’autoreferenzialità del dibattito pubblico, ormai totalmente scollegato dagli effetti concreti provocati dal dibattito stesso, con il conseguente disallineamento fra obiettivi apparenti e risultati reali.

In questo caso, l’obiettivo apparente di voler scongiurare la diffusione e la promozione d’idee neofasciste – obiettivo che avrebbe forse suggerito una strategia diversa, più soft, meno “in favore di telecamera”, dato che il clamore mediatico avrebbe prevedibilmente dato grande visibilità e pubblicità a quelle idee e a quella casa editrice ritenuta pericolosa – si dimostra non essere in linea coi risultati reali.

Chi ha scatenato la polemica non si è preoccupato, infatti, di salvaguardare persone terze dal pericolo di quelle idee, che tanti lutti e disastri hanno provocato nel corso della storia, troppo preso dal parlare e dal lanciare messaggi a chi già fa parte del proprio clan, della propria fazione – e che quindi, di fatto, non rischia più di tanto il contagio d’idee di segno opposto – per dare un forte segnale di appartenenza al gruppo.

È la realizzazione tangibile di quel meccanismo social conosciuto come “bolle di filtraggio”, cioè la creazione di ambienti personalizzati e autoreferenziali, che mostrano solo contenuti conformi alle convinzioni dell’utente, isolandolo da prospettive diverse e rafforzando i preconcetti. Un fenomeno che limita il pensiero critico e che polarizza le idee, creando una visione distorta della realtà. Una visione distorta che però – e la polemica di Più Libri Più Liberi ha cominciato a dimostrarlo – sta conformando essa stessa la realtà.

In tutto questo cosa c’entra la piccola e media editoria a cui, teoricamente, la fiera Più Libri Più Liberi sarebbe dedicata? L’evento è, o dovrebbe essere, uno spazio pensato per chi costruisce cultura ogni giorno senza colossi alle spalle, senza uffici stampa milionari, senza campagne lanciate dalle multinazionali della comunicazione. I piccoli e medi editori, in crisi da decenni, hanno, perlomeno in parte, beneficiato della polemica scatenatasi?

Parrebbe di no. Di loro si è parlato poco. Quasi nulla. In compenso, tra costi molto alti per avere uno stand in fiera, difficoltà concrete del settore, lettori in diminuzione, contrasti con la grande distribuzione e le major dell’editoria, autopubblicazioni in crescita, la situazione della piccola e media editoria è oggettivamente sempre più drammatica.

In pochi hanno fatto notare come la presenza stessa in fiera di Passaggio al bosco, sia una conseguenza di questo stato comatoso della piccola editoria, con le tante defezioni avute da parte di case editrici, impossibilitate a sostenere i costi per essere presenti a Più Libri Più Liberi e che, quindi, hanno liberato spazi occupati poi dalla casa editrice di destra al centro delle polemiche.

Durante la fiera, i piccoli editori hanno avuto un semplice ruolo di contorno, di scenografia per un palcoscenico dedicato alle grandi star dell’editoria – quelle presenti e quelle “polemicamente” assenti – a quegli scrittori e a quelle personalità che, solitamente anche se non sempre, pubblicano con i grandi gruppi editoriali, cioè proprio con quelli per difendersi dai quali la fiera Più Libri Più Liberi sarebbe teoricamente nata.

A tutto questo si aggiunge anche una diatriba, che va avanti ormai da diversi anni, fra l’organizzazione di Più Libri Più Liberi e le librerie – altro settore in forte sofferenza – che si sentono defraudate dalla fiera, rea di “rubare” loro l’attenzione e i potenziali clienti, proprio in un periodo cruciale dell’anno, come quello prenatalizio.

A di là di qualche dichiarazione di circostanza, che portò un qualche anno fa alla promessa, per ora non mantenuta, di spostare la data della fiera in un periodo dell’anno meno delicato, nulla è sostanzialmente cambiato nel corso del tempo. Il risultato fattuale è che oggi molte librerie guardano di cattivo occhio quei piccoli editori rei di partecipare alla fiera, di fatto sostenendola.

Dunque, la diatriba concreta si è così spostata fra piccole librerie e piccoli editori, con gli organizzatori che proseguono indifferenti sulla strada già intrapresa, con buona pace dei problemi creati agli uni e alle altre.

Anche questa dinamica pare essere una cartina di tornasole di ciò che sta avvenendo nella nostra società. Si scatenano guerre fra poveri, mentre i grandi gruppi – quelli che agiscono con pure logiche di mercato – agiscono indisturbati e fagocitano tutto, con buona pace della passione e della competenza che solo nel piccolo è possibile avere.

Il sistema, dunque, volente o nolente, pare tutelare soprattutto o forse solo chi è già forte, già noto, già ben agganciato, apparecchiando un tavolo in cui il conto lo pagano i piccoli, ma il brindisi lo fanno i grandi. Una sorta di ennesima riedizione della lotta di classe, il cui finale pare già scritto, col totale trionfo dei “ricchi”.

A voler vedere il buono anche nella negatività, per chi pensa che i libri siano importanti, anche perché forniscono l’immagine concreta e la chiave di lettura di una società, in quel florilegio di libri che è – da molti anni ormai – Più Libri Più Liberi, risulta esserci una conferma. Peccato solo che sia una società che, a molti di noi, piace sempre meno.

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