Dal cinema all’aperto alle matinée nei multisala, settembre a Roma segna la ripartenza della stagione cinematografica: un rito urbano tra arte e quotidianità.
È chiaro che trentasei o trentasette gradi sono troppi, ma resta il fatto che l’estate è la stagione preferita dai più. Perciò quando sta per finire, e le giornate si accorciano, si sente in giro un certo dispiacere.
A lenirlo, almeno per qualcuno, c’è che riparte la stagione del cinema, e l’arrivo di alcuni dei film appena passati per Venezia segna il vero inizio dell’anno, com’era un tempo per l’acquisto dell’astuccio o del diario.
Che poi a Roma il cinema non si ferma mai, giusto. Ci sono le arene, meritoria abitudine cittadina che si perpetua in onore del mito di Massenzio, e guai a chi ce le tocca.
Però sarà per l’uscita dei film nuovi, o per l’abisso di comodità che separa le poltrone in sala dalle sediole che però hanno per tetto le stelle, ma settembre è un gran mese per il cinema, talvolta anticipato da qualcosa che esce già ad agosto e sarebbe un peccato perdere, tipo il bellissimo L’ultimo turno, o I Fantastici Quattro.
Si ricomincia insomma. E come già l’anno scorso, e quello prima, a un’attività che è soprattutto pomeridiana e serale si vanno aggiungendo le domeniche mattina.
Così in aggiunta a Porta Portese, o alla possibilità di andare a camminare, correre, fare qualche altro sport, leggere, poltrire, godersi un maritozzo con la panna, la sala si va ritagliando un posto nella celebrazione laica di questo speciale segmento della settimana.
Nella domenica in cui scriviamo era possibile accomodarsi prima di pranzo in due diversi multisala The Space (Moderno e Parco de Medici) e in tre UCI Cinemas (Roma Est, Parco Leonardo e Porta di Roma). Oltre che al Barberini, al Quattro Fontane, dove oltre ai film recenti le matinée spaziano da Kurosawa alla Hollywood classica, e al Troisi, dove il cinema antimeridiano non è solo domenicale e oggi davano l’intramontato Peccato che sia una canaglia.
Per giunta fa ancora caldo, e diverse arene sono tuttora aperte. Così non è da escludere che a breve qualche altra sala si aggiunga a queste mattinate romane fatte di buio in sala subito dopo caffè e cornetto. O cappuccino per chi gradisce.
Sono cassetti, i cinema, della casa-città. Pure un tantino magici. Li apri, e a seconda di quello che ci trovi dentro passi un tempo diverso. Poi li richiudi, certo, ma immaginando che li riaprirai.
Fare tutto questo di mattina è di solito un privilegio riservato alle proiezioni per le scuole e alla frequentazione dei festival.
Ma le prime durano appunto il tempo della scuola, e la seconda è per pochi. Al cinema di norma si va di pomeriggio, specie da piccoli. Dopo si cresce, e ci si va di sera. Poi, quando si è cresciuti ancora un po’, il pomeriggio riguadagna terreno. Andarci la mattina è diverso, non fosse che per mancanza di abitudine. Oppure perché si sta a mente fresca, sempre nella misura del possibile, e sembra che il fisico se ne accorga.
A condizione che il cinema vi piaccia parecchio, è un modo molto bello di cominciare una giornata.
Anche perché dopo il buio, dovunque ci abbia portato, c’è la luce, che a Roma di solito è tanta.
Puoi arrivare dal dolore o dallo svago, dal colore o dal bianco e nero, dal passato o dal futuro, ma succede che poi risbuchi nell’eterno presente di questa città che si pensa eterna e dunque col tempo ci palleggia. E in questo presente, minuto più minuto meno, è ora di pranzo.
Tu hai visto Kurosawa, o I Fantastici Quattro, o quello che ti pare, ma adesso sei a Roma, ed è ora di pranzo.
Il finale non è scritto, poiché ognuno decide per sé. Ma in fondo già sei fuori casa, e perciò tanto vale. Domani è lunedì, quindi oggi no. Allora raggiungi quel posto che conosci, oppure ne provi uno nuovo. E lì ti ricongiungi con un altro pezzo importante di questa città. Lo spirito è nutrito. C’è da pensare al resto.
Carbonara, amatriciana, gricia, cacio e pepe. L’ordine è casuale, se non addirittura inverso, ma questo interpella il gusto. L’oggettività sta nel fatto che i fantastici quattro – lascia perde le maiuscole: assaggia – stanno anche fuori.
A voler replicare l’esperienza del buio, si può provare a chiudere gli occhi durante un boccone.

