Al Museo della Fanteria due mostre distinte celebrano l’eredità di Caravaggio e il colore dell’ultimo Matisse.

Non si rischia lo sdoppiamento artistico (né l’effetto zapping data l’abissale differenza tra i due artisti) in questa particolare modalità di esposizione nei locali del Museo, grazie ad una curatela attenta per entrambe le mostre: a partire dal Merisi, di cui si analizza l’eredità secondo un interessante percorso a ritroso tra gli artisti del ‘600, per poi giungere all’unico quadro esposto di Caravaggio.
I 23 dipinti di 22 artisti (provenienti da collezioni private) illustrano come la lezione caravaggesca abbia attraversato confini e sensibilità. Si parla di “rivoluzione luministica” non in termini di espediente tecnico, ma di un nuovo linguaggio che definisce il rapporto tra spazio e figura per evidenziare il portato emotivo dei soggetti rappresentati.
Si inizia dalla scuole di Roma e Napoli, con Antiveduto Gramatica (“Sacra famiglia con San Giovannino”) con uno stile più morbido rispetto a quello del Maestro, una luce diffusa e impostata su un naturalismo che pone in evidenza i tratti più intimi di una scena famigliare; si prosegue quindi con scene rappresentanti taverne, giocatori di carte (l’omonimo quadro di Bartolomeo Manfredi) e giovani colti nella loro quotidianità.

Nella sezione La luce come rivelazione, si evidenzia il cambiamento dettato dai caravaggisti: la luce “costruisce lo spazio, guida la narrazione, scava la psicologia, crea tensione teatrale” come si legge nei pannelli espositivi. Ed ecco la “Maddalena in meditazione” del fiammingo Matthias Stomer e la “Santa Cecilia” di Orazio Gentileschi (padre di Artemisia) entrambe impostate sul gioco luce/ombra dettato da un semplice lume. La filosofia della luce si ripropone tra gli immancabili “San Girolamo” dipinti rispettivamente dal francese Simon Vouet e da Simone Cantarini, “La lettura a lume di candela” dell’olandese Gerrit van Honthorst e “Diogene” di Giovan Battista Langetti, fino all’ultima sala e “L’incredulità di San Tommaso” di Caravaggio, opera d’incerta datazione (1600 o 1601) e oggetto di un’attribuzione assai discussa. Il Curatore, Alberto Bertuzzi, ha sottolineato come questa versione risalga al 1606: “L’opera è particolarissima, non soltanto per il grande successo che ha avuto, ma anche per la sua composizione, con la peculiarità delle quattro teste al centro del quadro. Queste disegnano una croce, e la croce ci rimanda al Cristo, e Cristo che con la sua mano accompagna la mano di San Tommaso. Uno dei vertici della teologia, se così possiamo chiamarla, che costruisce la poetica del Maestro».
Terminata la visita dedicata a Caravaggio, ci si può avventurare tra le sagome stilizzate e colorate dell’anziano Henri Matisse, le cui parole sono riportate nei (pochi) cartelli espositivi:

“Ho scelto di custodire dentro di me tormenti e inquietudini per poter trasmettere solamente la bellezza del mondo e la gioia del dipingere”. In rassegna 114 opere del “padre” dei Fauves parigini, che, dopo il trasferimento a Nizza, si dedicò ai papiers découpés (carte colorate, ritagliare e ricomposte) alla collaborazione con la rivista Verve e alle opere illustrate.
La Curatrice, Vittoria Mainoldi, parla di una “spiccata sensibilità per linea e colore, cardini saldi di un’architettura volta a raggiungere l’essenziale. Un graduale rinnovamento
linguistico che costituisce un’estensione della sua ricerca cromatica, ma che al tempo stesso la porta alle estreme conseguenze”. L’uso del colore nelle ultime opere di Matisse è rappresentato dalle gouaches découpées: debilitato dalla malattia, condannato alla sedia a rotelle, l’artista dipinge “a guazzo” su grandi fogli di carta che, una volta asciutti, vengono ritagliati e incollati, in una forma espressiva chiamata successivamente “cut-outs”. Il risultato sono decine di opere poste in serie, dai profili marcati e dai colori netti (prevale l’azzurro) che costituiscono una sequenza di grande impatto visivo.

