Diogene Notizie racconta gli episodi di censura in alcune prigione italiane contro periodici realizzati dai deetenuti. La denuncia dell’Ordine dei giornalisti.
[Questo post è stato pubblicato originariamente da Diogene Notizie]
Nel silenzio assordante della politica e sotto lo sguardo indifferente di buona parte dei media, nelle carceri italiane si sta consumando un attacco vigliacco e codardo contro i più deboli: detenuti che cercano solo di raccontare la loro realtà. Invece di favorire percorsi di reintegrazione e di libertà di espressione, lo Stato e le sue istituzioni stanno tappando loro la bocca, con atti che sanno di censura, abuso di potere e paura di fronte alla verità.
Non stiamo parlando di criminali che vogliono fare propaganda, ma di redazioni nate all’interno dei penitenziari, gestite da detenuti e volontari, che da anni raccontano – con coraggio e dignità – le condizioni di vita dietro le sbarre, spesso ignorate o mistificate dai media ufficiali. Redazioni che oggi si vedono minacciate da direttori di carcere zelanti, funzionari incapaci e un’amministrazione penitenziaria che sembra più interessata a gestire il silenzio che a garantire i diritti costituzionali.
Un attacco a tappeto: Roma, Lodi, Ivrea, Trento
A Rebibbia, il giornale “Non tutti sanno” ha rischiato la chiusura quando i detenuti redattori si sono visti imporre l’obbligo di chiedere un’autorizzazione per firmare con nome e cognome i propri articoli. Come se il diritto alla firma – sancito dalla Costituzione – fosse un lusso da concedere e non un diritto inviolabile. Solo dopo una lunga battaglia il diritto alla firma è stato ripristinato.
A Lodi, il carcere ha imposto una lettura preventiva dei testi della redazione di “Altre storie”, che collabora con Il Cittadino, pretendendo di censurare temi considerati “scomodi”, come l’immigrazione o la sessualità in carcere. Temi che evidentemente fanno più paura della violenza reale che affolla le celle.
A Ivrea, la direzione ha chiuso il giornale “La Fenice”, bloccato i computer, cancellato il progetto editoriale e cacciato i volontari. Il motivo? Gli articoli parlavano di celle fatiscenti, sovraffollamento, muffe e condizioni igieniche indegne di un Paese civile. Meglio far tacere chi denuncia, piuttosto che intervenire per risolvere.
A Trento, stessa storia: dopo anni di attività, il direttore responsabile del giornale “Non solo dentro” è stato messo alla porta dopo che la redazione aveva raccontato criticità locali del carcere. Dieci anni di volontariato spazzati via in un attimo per difendere il quieto vivere di chi non vuole che si sappia.

Strumenti bloccati e silenzi forzati
Oltre alla censura dei contenuti, si moltiplicano i divieti tecnici e burocratici: impedito l’uso di registratori, fotocamere, internet, anche in presenza di volontari autorizzati.
La circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del 2015, che riconosceva l’uso degli strumenti digitali per i progetti di scrittura e informazione, viene ignorata o reinterpretata a piacere. Così come vengono rallentate o ostacolate le autorizzazioni per far entrare in carcere materiali giornalistici o per intervistare ospiti esterni.
L’allarme del Coordinamento e dell’Ordine dei giornalisti
A denunciare questa situazione è il Coordinamento dei giornali dal carcere, guidato da Ornella Favero, storica fondatrice di Ristretti Orizzonti, una delle voci più importanti del carcere italiano. Il Coordinamento parla di una deriva pericolosa, di una censura mascherata da “burocrazia”, di un attacco frontale alla libertà di espressione dei detenuti.
L’Ordine dei Giornalisti, nella sua ultima seduta, ha approvato un ordine del giorno che non usa mezzi termini: il carcere italiano si sta allontanando dalla Costituzione e dalle sue leggi. Vengono calpestati l’articolo 21 (libertà di manifestare il proprio pensiero) e l’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario, che garantisce ai detenuti il diritto all’informazione e alla comunicazione.
L’Ordine ha chiesto al Ministro della Giustizia e al Capo del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) interventi urgenti per ripristinare questi diritti. Ma finora il silenzio istituzionale è stato assordante.
Uno Stato forte con i deboli, debole con i forti
La censura contro i giornali dal carcere è la fotografia perfetta di uno Stato che esercita la forza non per proteggere i diritti, ma per soffocarli. Uno Stato che, di fronte ai poteri forti e ai veri crimini, resta silente o connivente, ma che non esita a colpire chi è già privato della libertà e tenta, con un foglio e una penna, di difendere almeno la propria dignità.
La libertà di parola non può valere solo per chi sta fuori. O la libertà è per tutti, o è un privilegio per pochi. E chi tace di fronte a questa ingiustizia, ne è complice.

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