Senza tovaglia e con Google Lens in tilt: dal sospetto d’intossicazione al piacere di sapori nuovi e di un racconto di diaspora.
Doveva essere la più estrema delle mie esperienze gastronomiche estreme. E almeno il suo esordio, con l’assenza della tovaglia e una scatola dei fazzoletti da trucco al posto dei tovaglioli, è sembrato confermare le attese. Alla fine, però, la cena al ristorante uiguro mi ha sorpreso: non sono finito all’ospedale ma tornato a casa non solo sano e salvo, pure soddisfatto.
Come si fa a ritrovarsi in un ristorante di una minoranza cinese? Io ce l’ho vicino a casa. Da mesi, ogni volta che ci passavo davanti, sentivo con un richiamo. “Vieni qui, vieni…”, sembravano dirmi con voce suadente e una lingua culinaria incomprensibile quegli piatti strani fotografati sulla porta del locale, che mi attiravano con la promessa di sapori mai sperimentati. Solo che quando scrutavo oltre il vetro e perlustravo con lo sguardo l’interno tristanzuolo e un po’ arrangiato del locale, mi vedevo già nella corsia di qualche ospedale romano. Per cui ho sempre finito per tapparmi le orecchie e respingere le lusinghe delle sirene uigure.
Oggi, però, all’improvviso, mi sono deciso. “Basta, ci vado”, mi sono detto. E per non morire da solo ho coinvolto un’amica. “Se sopravvivi mi racconti e ci torniamo…”, mi ha scritto un’altra amica, che vive a pochi passi ma non c’è mai stata, quanto ha saputo che ci sarei andato.

Ci siamo seduti fuori, ma il proprietario ci ha raggiunto per sconsigliarci: “Too many mosquitos”, ha detto accorato in un’inglese approssimativo. Ma noi volevamo prendere goderci l’aria settembrina e goderci lo spettacolo dei cassonetti neri: così non l’abbiamo ascoltato. Ci porta il menù. All’interno, c’erano le stesse foto viste sulla porta. I piatti erano spiegati con due didascalie: una in arabo, la seconda in cinese. In diversi casi, nemmeno Google Lens è riuscito a farcela. Traduceva i nomi con un “dietro l’insalata” o un semplice “barbecue”. Allora abbiamo chiamato il proprietario. Un po’ in italiano, un po’ in inglese, ci ha spiegato i piatti e anche avvertito: “I can’t bring it to you, this is too spicy for an italian”, ha detto puntando l’indice contro l’immagine di una montagnola di carne “innevata” con una salsa rossa. Ha memorizzato le nostre richieste e, una seconda volta, contro il suo interesse, ha sconsigliato un piatto. In questo caso perché la quantità di cibo sarebbe stata eccessiva.
Arrivati alle bevande, da bravo musulmano, ha subito chiarito: “Here, no alcool”. Quando stava per allontanarsi in direzione della cucina, gli ho chiesto notizie sugli uiguri. Mi dice, con un’aria contrariata: “For Chinese communist party we all terrorists”. Da quando?, gli chiedo. “Since Mao”, sospira. “Little by little, year after year we became terrorists”, ribadisce. Mentre parla vedo scorrere su uno schermo orizzontale alle sue spalle la scritta luminosa “Cucina uigura artigianale a mano”, prima in italiano, poi in cinese, infine in russo. Sapevo che gli uiguri sono una minoranza musulmana e turcofona che vive nello Xinjiang, nella Cina Nord-occidentale. Ne avevo letto sui giornali dopo che il governo cinese, che non li ama affatto, ha preso a torturali, li sterilizzarli, mandarli ai lavori forzati, rinchiuderli in campi di detenzione di massa (il partito cinese sintetizza tutto questo con una formula più tecnica e presentabile: “programmi di formazione professionale e deradicalizzazione”). A raccontare tutto questo meglio delle parole è stato lo sguardo del cameriere che ci ha portato i piatti, senza conoscere una sola parola in italiano. E’ un ragazzo timido, gentile, dallo sguardo impaurito e insieme pieno di speranza, forse il figlio del proprietario, con cui condivide i tratti turchi e non cinesi.

Ma il russo, allora che c’entra? E perché, nel frattempo, al tavolo accanto si sono sedute proprio due russe che sembrano conoscere il menù? La risposta la trovo sul web. Alcune comunità uigure vivono in Russia, in Tatarstan, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan. La possibile spiegazione è che a Mosca e nelle altre città russe altri uiguri abbiano aperto dei ristoranti facendo conoscere la loro cucina.
Intanto noi mangiamo. Due zuppe rosse piene di sedano e aglio (molto buone), due pezzi di agnello stesi su un letto di riso con l’uvetta (buono), dei ravioli ripieni (molto buoni), cinque così che il menù definiva gnocchi (niente di che). I sapori sono forti e del tutto nuovi ma gustosi. Molto meglio di quello che mi ero immaginato. Finiti i piatti, chiediamo se esista il dolce. Il proprietario dice di no. O meglio, dice che esistono ma fuori dai pasti. Esiste un ordine dei piatti come in Italia? Risposta: no, non esiste un ordine preciso. Intanto continuano ad arrivare altre persone. Quando arriva il momento del conto (31 euro) il locale è quasi pieno. La digestione è stata serena. Ci torneremo.
