Lo scrittore israeliano rompe il silenzio e denuncia il genocidio a Gaza, ma viene travolto da accuse feroci. Un segno dei tempi: la purezza ideologica si sostituisce al discernimento.
«A Gaza è genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo». Con queste parole, David Grossman, forse la più limpida voce morale della letteratura israeliana contemporanea, ha preso posizione. Ancora una volta. Lo ha fatto in un contesto incandescente, quando ogni parola è un campo minato e ogni silenzio può sembrare complice. Eppure, invece di essere accolto con apprezzamento o almeno con rispetto da alcuni propal senza se e senza ma, Grossman è stato investito da un’ondata di accuse scomposte: opportunista, ritardatario, complice del colonialismo, rappresentante di una letteratura borghese e compromessa. Ecco lo specchio tragico del nostro tempo: si fatica sempre più a distinguere tra giustizia e fanatismo, tra critica e cieca delegittimazione.
David Grossman non è un radicale di facciata, né un intellettuale della domenica. È un uomo che ha pagato sulla propria pelle il prezzo del conflitto: nel 2006 ha perso il figlio Uri in guerra, ed è da sempre una delle pochissime voci israeliane capaci di tenere insieme la memoria della Shoah e la denuncia delle ingiustizie verso i palestinesi. È uno di quelli che si sono opposti con coerenza agli abusi del potere, che hanno sfidato la propaganda, che hanno usato la letteratura come strumento di consapevolezza. Eppure, tutto questo non basta. Non basta perché agli occhi di certo infantilismo estremista il solo fatto di essere israeliano – o peggio, ebreo – lo pone già sul banco degli imputati.
In questo comportamento, si rivela un vuoto assoluto di discernimento politico, un cortocircuito rozzo che disarma ogni possibilità di alleanza reale. Ci si indigna per il silenzio del mondo culturale israeliano, ma quando qualcuno rompe quel silenzio, lo si fustiga per non averlo fatto prima, per non aver usato le parole esatte, per non essere abbastanza puro. È il culto della purezza che divora la causa che dice di voler servire. Un narcisismo tossico, incapace di vedere nell’altro – anche quando è un possibile alleato – qualcosa che non sia uno specchio deformato di sé.
Questo fenomeno non riguarda solo la questione israelo-palestinese. È il segno di una degenerazione diffusa, soprattutto in certi ambienti della cosiddetta estrema sinistra, dove la radicalità ha perso ogni radice nel reale per diventare una gara di intransigenza simbolica. Non si costruiscono più ponti, si lanciano anatemi. Non si cerca la verità, ma la coerenza astratta, la fedeltà a un’ortodossia che cambia ogni tre mesi ma pretende obbedienza assoluta. La politica viene sostituita da una moralità performativa, dove ciò che conta non è cambiare le cose, ma posizionarsi nel modo “giusto”.
Grossman ha parlato tardi? Forse. Ma ha parlato. E l’ha fatto senza calcoli, mettendoci la faccia, il dolore, la voce. In un tempo in cui tanti si rifugiano nel silenzio, o nella retorica, questo dovrebbe bastare per ascoltarlo, e per ringraziarlo. Le rivoluzioni vere, quando ci sono, non le fanno i puristi, i puristi le distruggono. Le fanno le persone capaci di cambiare idea, di esporsi, di guardare in faccia la complessità. Di avere cuore, prima che ragione.
Chi sputa addosso a David Grossman non sta difendendo la causa palestinese. Sta difendendo solo il proprio ego ideologico. Sta confondendo la giustizia con il rancore, la memoria con la vendetta. E in questa confusione, nessuno vince. Meno che mai i palestinesi.
