12 Aprile 2026

Coin chiude a Prati il 4 aprile, ora a rischio San Giovanni e Cinecittà

Chiude per sfratto il punto vendita di Prati, quarto a Roma in pochi mesi. Oltre ottanta dipendenti a rischio, in bilico anche Cinecittà e San Giovanni. I sindacati chiedono un tavolo d’urgenza al Mimit: il piano di risanamento non regge.

C’è chi ci entrava per “dare un’occhiata” e ne usciva un’ora e mezza dopo con una candela al bergamotto e una camicia di lino. Ma il 4 aprile il Coin di via Cola di Rienzo abbasserà definitivamente la saracinesca: per Prati è la fine di un punto di riferimento. Per Roma, l’ennesimo segnale di una crisi del commercio che non accenna a fermarsi.

Negli ultimi mesi avevano già abbassato le serrande i punti vendita di Bufalotta e Lunghezza. Ora tocca allo store di Cola di Rienzo, per sfratto esecutivo. I dipendenti coinvolti sono tra i cinquanta e i novanta, con in media oltre vent’anni di anzianità aziendale. Nel mirino però ci sono anche gli store di Cinecittà e San Giovanni, per i quali l’azienda ha già prospettato ai sindacati l’attivazione di ammortizzatori sociali.

I conti che non tornano

Al cuore della crisi ci sono numeri che non lasciano spazio all’ottimismo. Nel 2025, nonostante un aumento di capitale da 33,2 milioni di euro – sostenuto in parte dallo Stato attraverso il Fondo Salvaguardia di Invitalia – le vendite sono risultate inferiori a quelle dell’anno precedente. Gli ingressi nei punti vendita sono crollati, e i nuovi layout e concept pensati per attrarre clientela non hanno invertito la tendenza. Il risultato: un margine operativo lordo negativo per 35 milioni di euro, con una gestione che continua a bruciare risorse. Il debito complessivo accumulato negli anni si aggira intorno agli 80 milioni.

Le cause sono strutturali, oltre che congiunturali. La pandemia del 2020 ha accelerato una crisi già in corso: la concorrenza dei marketplace digitali, l’inflazione, i costi fissi insostenibili dei grandi spazi commerciali nelle aree urbane più pregiate. Un cocktail che ha messo in ginocchio molti insegne della grande distribuzione non alimentare, Coin compresa.

I sindacati: “Così non si rilancia”

Al termine dell’incontro del 18 febbraio con la direzione aziendale, i sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno chiesto con urgenza la convocazione di un nuovo tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Le chiusure a Roma si aggiungono a quelle già programmate per Milano Corso Vercelli e Verona, entrambe previste per il 31 luglio 2026.

L’azienda parla di “fase più operativa del percorso di risanamento” e assicura che gli interventi sulla rete sono “limitati a punti vendita che presentano perdite strutturalmente rilevanti o che sono stati impattati da fattori esterni”. Nessun licenziamento collettivo, si promette: cassa integrazione e ammortizzatori sociali per i lavoratori degli store in chiusura, e investimenti per almeno 10 milioni di euro sulla rete rimasta in piedi. Sono allo studio anche nuove partnership commerciali. Un linguaggio da piano industriale che, però, fatica a convincere chi ogni giorno apre quei negozi.

Una storia lunga un secolo

Per capire il peso di questa crisi, vale la pena ricordare da dove viene il marchio. Coin nasce nel 1916 a Pianiga, in provincia di Venezia, quando Vittorio Coin ottiene la licenza di venditore ambulante di tessuti e merceria. Nel 1927 apre il primo negozio fisso a Mirano. Da lì, generazione dopo generazione, l’espansione si allarga a tutto il Veneto, poi al resto d’Italia. Nel 1997 viene costituito il Gruppo Coin, che diventerà uno dei più importanti player della distribuzione al dettaglio in Italia, con marchi come OVS e UPIM e quasi mille punti vendita tra Italia ed estero. Prima del Covid però comincia la discesa, anche se la pandemia accelera tutto.

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