“Quando fotografo un paesaggio è il paesaggio che entra dentro di me, si fa l’autoritratto, così che anch’io diventi un ‘paesaggio’ per esprimermi al meglio” (Franco Fontana).

Creare e condividere uno sguardo è la meta ambita di fotografi, pittori, persino attori: il novantaduenne modenese Fontana è riuscito a unire tecnica ed estro nel corso di una lunga carriera iniziata ufficialmente nel 1961 in occasione della Biennale Internazionale del Colore di Vienna, cui segue la prima pubblicazione sulla rivista “Popular Photography”. Dal 1965 in poi espone le sue opere a Torino, Modena, Milano, Ferrara e Reggio Emilia; i libri “Modena, una città” (1971) e “Franco Fontana Skyline” (1978) lo fanno conoscere come ‘sguardo’ innovativo anche al di là dei confini italiani ed è a Vienna, con la mostra “Die materie, die wiet nicht sehen” che Fontana si attesta in campo internazionale. Questi gli inizi della fama di un artista che ha rivoluzionato il linguaggio della fotografia a colori, raccontato nelle 200 opere esposte al Museo dell’Ara Pacis fino al 31 agosto, in un percorso – corredato da un’intervista in video – alla scoperta dell’universo creativo di Fontana, un viaggio che ne svela aspetti inediti ripercorrendone l’evoluzione artistica e la sua capacità di trasformare la realtà in poesia visiva.
Il visitatore viene guidato alla sperimentazione compiuta da Fontana attraverso l’alternanza tra inquadrature ardite (o dall’alto) e profondità di campo ridotta, mentre le immagini astratte o ‘minimaliste’ si esprimono in tutta la loro ricchezza grazie alla giustapposizione di colori brillanti e contrasti decisi. Nonostante tali elementi (gli skyline, i paesaggi e l’architettura urbana) siano ricorrenti, è impossibile delinearne una cronologia, in quanto Fontana rinnova costantemente la sua tecnica e il suo lavoro: dalla diapositiva alla polaroid fino al digitale, l’artista segue gli sviluppi tecnici della fotografia.
La mostra si snoda nelle ampie sale del museo, a partire da una veduta grandangolare di Praga (usata come copertina della rivista “Time Life”) per proseguire con una serie di scatti di paesaggi naturali ed urbani caratterizzati da una forte geometria e dall’essenzialità degli elementi. Nel 1978 il fotografo pubblica il volume “Skyline” recensito da Claudio Nori, che sottolinea: “con il suo radicalismo e il suo approccio puramente fotografico, (Franco) ha contribuito ad aprire la strada alla nuova fotografia italiana”. In “Skyline”, infatti, i contrasti cromatici e i colori vividi segnano un nuovo approccio al paesaggio e definiscono gli spazi della mostra dedicati ai paesaggi urbani, ai frammenti, agli asfalti, alle automobili e persino a un nudo, raccolti in una serie di vintage, fotografie stampate a poca distanza temporale dallo scatto.
Alla fine degli anni Cinquanta erano disponibili sul mercato soltanto due pellicole, la Kodachrome e la Ektachrome: Fontana scelse quest’ultima perché più economica e meno elaborata nel trattamento (nel 1960 a Modena non esisteva un laboratorio Kodak) e tale scelta comportò un diverso sviluppo stilistico, in quanto i colori risultarono più sfumati rispetto alla nitidezza delle immagini Kodachrome e meno resistenti agli effetti del tempo.
La visita prosegue con una serie di paesaggi naturali catturati nelle varie sfumature
delle quattro stagioni: mare, neve e pianure verdeggianti che culminano nella celebre immagine “Puglia 1978” divisa in due blocchi di colori vividi, azzurro intenso del cielo e giallo
brillante del grano.

A seguire, un vintage della serie “Contact”, fotografie che rappresentano lo studio della tecnica in ombra, realizzate per il volume “Contact Theory” (1979), nato da un’idea di Ralph Gibson, che invitò i più influenti fotografi dell’epoca a contribuire con un intero rullino in bianco e nero: Fontana accettò la sfida e scelse come soggetto il Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, realizzando immagini che colpiscono per l’atmosfera metafisica, così come avvenne per i successivi lavori “Tokyo” (1983) e “Parigi” (1994).
Un tuffo in una piscina dai colori decisi attende quindi il visitatore nella sala ispirata all’universo femminile, con i ritratti di una donna ripresa negli spazi acquatici o lungo il bordo della piscina stessa; per esprimersi al meglio Fontana usò una Polaroid ed è per questo che una parte del percorso è dedicata all’esposizione di rare Polaroid e Polaroid transfer, accompagnate da uno scatto che riprende lo studio – laboratorio dell’artista.
Fontana, infatti, in quegli anni seguì con interesse gli sviluppi tecnici della fotografia, sperimentando gli strumenti forniti dalla tecnologia per creare innovativi collage, aggiungendo paesaggi, personaggi, ombre e modificando i colori come in “Houston” (1986) e la serie “People” (1984) creando opere che enfatizzano lo stile iperrealista e del tutto personale del Maestro, che dichiara: “il paesaggio urbano completa i miei paesaggi naturali. I muri dipinti delle case somigliano a dei campi arati o a dei campi di grano giallo”. Per questo, probabilmente, Fontana creò una serie di opere dedicate all’autostrada, all’asfalto, alle automobili; nel corso dei suoi viaggi fotografò in movimento e, utilizzando un lungo tempo di esposizione, riuscì a sintetizzare e a catturare in un solo scatto le linee delle strade come in “Autostrada” (1975). Dagli anni Settanta fino ai nostri giorni, attratto da grafismi e segni colorati che emergono dalla superficie nera, egli fotografò l’asfalto realizzando opere singolari; in quest’area il pubblico avrà la sensazione di camminare sull’asfalto fotografato grazie a particolari light box con cinque stampe retroilluminate.
L’ultima sezione della mostra, che si sviluppa lungo l’esteso corridoio del museo, accoglie
fotografie dedicate alla moda, alle numerose pubblicità e persino ad una serie di quattro francobolli con altrettante opere fotografiche.
Un ricco percorso, una scoperta di colori e luoghi, resi accessibili grazie ad un silent book tattile e audiodescrizioni o video LIS disponibili alla pagina “accessibilità” del museo e i sui canali di comunicazione RAI.
“Franco Fontana. Retrospective”, Museo dell’Ara Pacis, fino al 31 agosto.
