Non sono i lettori più forti, ma i più analitici.
Tanto, e chissà se, come me, si è imbattuto spesso in libri che “non valevano la pena”.
Chi mi conosce si stupisce spesso della velocità con cui leggo , soprattutto, dico io, “i libri che non mi interessano”. Questo perché la mia vera passione si scatena nelle sessioni di lettura approfondita, specialmente per gli autori che amo. Lì non mi limito a consumare una storia; la smonto e la disseziono. C’è stato un tempo in cui, per capire come funzionava la prosa di un maestro, ho ricopiato a mano su un quaderno intero Cent’anni di solitudine, per “smontarlo” e vedere da vicino come era stato costruito. Un lettore “vorace” nel senso tradizionale del termine non si sognerebbe mai di fare un’attività del genere.
È un’esperienza che va contro la logica e che rivela una verità più profonda e forse meno ovvia: l’idea che gli scrittori siano i “lettori fortissimi” per antonomasia è un’affascinante semplificazione.
La realtà, supportata anche da studi e analisi, è che sono qualcosa di diverso, e forse di più interessante: sono i lettori più analitici.
Il mito del lettore onnivoro e l’imperativo di Stephen King
Spesso, quando si discute di come si diventa scrittori, si finisce per citare la frase lapidaria del nostro amatissimo Stephen King nel suo saggio On Writing: “Se non hai il tempo di leggere, non hai il tempo (o gli strumenti) per scrivere”. Questa frase forse ha condizionato intere generazioni, consolidando l’idea che un autore debba essere un lettore onnivoro perenne. La lettura è percepita (ed è) il “centro creativo” della vita di uno scrittore, la fonte da cui si attinge per imparare il mestiere e trovare ispirazione.
Tuttavia, il senso profondo di questa affermazione non riguarda la quantità di libri consumati, ma la qualità della lettura stessa. King non chiede di leggere cinquanta libri l’anno, ma di leggere a sufficienza per avere gli strumenti necessari per scrivere. Chiaro, più leggi e approfondisci, più ne hai. È un requisito che per farla facile definirò qualitativo, non quantitativo, che distingue nettamente la lettura passiva da quella attiva. L’esperienza di molti scrittori su forum online lo dimostra: le loro abitudini di lettura variano enormemente, con molti che leggono meno proprio perché scrivono di più, una scelta consapevole per dare priorità al loro lavoro.
La scrittura nasce da una lettura analitica e ribelle
Nei miei corsi di scrittura creativa chiedo spesso, qual è il libro che avete mollato e non sete riusciti a finire? Da questo rifiuto, si capisce molto; gusti, esigenze, il livello di consapevolezza critica.
Io stessa leggo per anni e poi boom, una frase mi entra dentro e germoglia, più delle altre, perché era quella giusta, quella nutriente.
E quindi, gli scrittori come dovrebbero leggere?
E se vi dicessi che probabilmente l’autentica scrittura emerge da una lettura che prende le distanze da quella convenzionale? Questo distacco è un atto di “insubordinazione intellettuale” che si manifesta in diverse forme.
Intanto con il close reading: un’attività di dissezione
Lo scrittore non legge semplicemente, ma pratica il close reading, un metodo rigoroso che non punta al piacere immediato, ma a “smontare e rimontare un testo” per comprenderne la meccanica. Questa tecnica, formalizzata come metodo dal professore David Greenham, consiste nell’analizzare le scelte dell’autore, il suo stile, il tono e la costruzione dei personaggi. È un atto di studio che trasforma il libro da un oggetto passivo a un vero e proprio “manuale” da cui imparare. Il lettore analitico, armato di matita, non si chiede solo “cosa succede”, ma “come lo scrittore lo fa succedere”.
Poi con la lettura “avversariale”: il conflitto come motore creativo
Il distacco dalla lettura convenzionale si esprime anche in una “lettura avversariale”, un confronto diretto e a volte brutale con le opere altrui. L’odio di Mark Twain per Jane Austen (“Voglio dissotterrarla e picchiarla sul cranio con la sua stessa tibia” ) o il giudizio di Virginia Woolf su Ulisse di Joyce che abbandona a pagina 200 (“Per me è un libro ignorante, plebeo; il libro di un operaio autodidatta, e sappiamo tutti quanto sono disperanti, quanto egocentrici, assillanti, rozzi, declamatori e in sommo grado nauseanti.” ) non sono capricci, ma reazioni intellettuali profonde. Questo tipo di critica non costruttiva è la prova che un testo ha innescato una riflessione così potente da rompere gli schemi mentali, generando quel “conflitto” che, come diceva John Dewey, è il “tafano del pensiero” e “incita all’invenzione”.
Il “tafano” (gadfly) è un insetto che punge e stimola il bestiame, e allo stesso modo il conflitto intellettuale ci scuote dalla “passività pecorile” e ci spinge a osservare e creare.
Credo che il caso di Jack London incarni perfettamente questa tesi. La sua vita e la sua morte non possono essere comprese senza analizzare il suo approccio alla scrittura e, di conseguenza, alla lettura.
London era un autodidatta. Non proveniva dai “salotti letterari” ma da una vita avventurosa come marinaio e cercatore d’oro. Questa distanza dalle convenzioni lo costrinse a crearsi un metodo di apprendimento tutto suo. Il close reading non era una scelta, ma una necessità per imparare il mestiere. London “dissezionava” la bellezza del testo per capirne l’anatomia, un processo che egli vedeva come l’unico modo per poter poi creare bellezza in autonomia.
Questo è raccontato in quella confessione autobografica che è Martin Eden. Nel romanzo il protagonista si immerge in un’auto-istruzione frenetica e ossessiva dopo aver incontrato una giovane donna borghese e colta, Ruth Morse. Per colmare il divario culturale tra il suo passato da marinaio e il mondo elitario di lei, Martin si dedica a uno studio maniacale, leggendo e scrivendo per ore e ore al giorno.
Questo “tour de force” intellettuale di Martin Eden riflette in modo fedele il periodo della vita di Jack London, che, dopo aver abbandonato gli studi all’università, si dedicò con una determinazione feroce a diventare uno scrittore. Lo fece per 19 ore al giorno per circa tre mesi.
Il suo metodo di studio si traduceva in un’etica del lavoro altrettanto implacabile. London scriveva mille parole al giorno, una routine che ha mantenuto per 17 anni, producendo oltre 50 libri e centinaia di racconti. Questo ritmo vertiginoso era alimentato da una costante pressione economica, e per lui l’atto di scrivere era un lavoro che non permetteva pause e (probabilmente) letture passive.
Le abitudini di lettura degli autori a confronto
L’idea che gli scrittori non siano solo lettori voraci, ma piuttosto lettori analitici e selettivi, si riflette nelle biografie di molti dei più grandi autori. Ad esempio, Giovanni Boccaccio, pur avendo un’istruzione di base, non frequentò le università medievali come un accademico. La sua vasta cultura, che spaziava dai classici latini alla poesia volgare, fu il risultato di una ricerca personale e appassionata di manoscritti e opere letterarie. Questa autoformazione gli permise di sviluppare una prospettiva unica che si manifesta nella ricchezza e varietà di temi del suo capolavoro, il Decameron.
Allo stesso modo, Charles Dickens, abbandonò la scuola da bambino e imparò a scrivere e a leggere da autodidatta, diventando un attento osservatore della vita di strada di Londra e usando le sue esperienze come base per romanzi memorabili.
Anche Ray Bradbury, l’autore di Fahrenheit 451, fece della biblioteca il suo tempio personale, leggendo e assimilando tutto ciò che trovava, definendo la biblioteca la sua vera “laurea”. Questi percorsi dimostrano che lo studio individuale, alimentato dalla passione e da uno sguardo critico, può generare una prospettiva unica e originale sul mondo, superando i limiti della formazione accademica tradizionale e sostenendo un talento autentico.
Non è la quantità di libri consumati che definisce un grande autore, ma la qualità e l’intento con cui ogni singola pagina viene assorbita, studiata e rielaborata. La lettura, per lo scrittore, è un atto di mestiere, un’arte che precede e informa l’arte della scrittura stessa.
In pratica di fa presto a dire che per diventare scrittori bisogna leggere, è il modo in cui si legge che fa la differenza.

