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11 Marzo 2026

Come funziona il cervello degli scrittori (e delle scrittrici come me)

Perché la nostra testa non smette mai di raccontare: cosa dicono le neuroscienze.

 

Mi succede sempre più spesso: cammino per strada, sento il fruscio di un sacchetto, noto il modo in cui una signora tiene la borsa stretta al petto, ascolto la risata di due ragazzi dietro di me. Ogni dettaglio diventa un appunto mentale, un possibile frammento narrativo.

Da quando scrivo, il mondo non è più lo stesso.
Il mio cervello sembra non volersi accontentare di vivere: deve tradurre tutto in parole, in ritmo, in struttura.
Non è un vezzo, è un’abitudine che ormai mi abita. La scrittura è la mia lente, il filtro con cui osservo e riordino il subbuglio di emozioni, persone, oggetti, scene quotidiane.

La scienza: cosa c’è dietro questo bisogno

Non è solo una fissazione personale. Studi neuroscientifici hanno mostrato che gli scrittori esperti elaborano il mondo in modo diverso rispetto a chi scrive poco o nulla.

In fase di brainstorming, i principianti visualizzano scene come in un film; gli scrittori esperti, invece, ascoltano una voce interiore che commenta e costruisce la narrazione. In pratica: io non vedo solo la signora con la borsa – sento già la frase che potrebbe raccontarla.

Durante la scrittura vera e propria, nei cervelli allenati si attiva il nucleo caudato, un’area che entra in gioco quando un’abilità diventa automatica, come suonare uno strumento o guidare. Scrivere, col tempo, diventa un riflesso.

Scene quotidiane, come rielabora un cervello narrativo

Quando prendo l’autobus e due sconosciuti parlano a voce troppo alta, non registro solo le parole: la mia memoria di lavoro e l’ippocampo si mettono al servizio della scrittura. Scelgono i dettagli, scartano il superfluo, li organizzano in una sequenza narrativa.

La neuroscienza chiama in causa la Default Mode Network: quella rete che si attiva quando sogniamo a occhi aperti o associamo idee libere. È la stessa che entra in gioco quando, al semaforo rosso, immagino come sarebbe la vita dell’uomo in motorino accanto a me.

Ma non basta immaginare: per trasformare in testo, interviene la Executive Network, che tiene la barra dritta, seleziona, struttura. La mia testa apre mille possibilità: vedo storie ovunque, ogni dettaglio è un possibile racconto. Ma nello stesso tempo c’è un’altra voce dentro di me che dice: “Fermati. Scegli. Metti ordine.”
È come se convivessero due forze opposte: una che spalanca porte e ti fa sognare, l’altra che ti guida, ti costringe a scegliere la strada giusta per trasformare tutto in parole che hanno senso. Una che apre mille possibilità, un’altra che mi obbliga a scegliere.

Scrivere a mano, scrivere al pc

Un altro studio interessante mostra che scrivere a mano attiva più connessioni cerebrali rispetto alla digitazione.
Forse è per questo che quando annoto una frase in un taccuino, anche in fretta e male, resta incisa in me in modo più duraturo rispetto a quando batto sulla tastiera del computer.

In fondo, che cosa succede?

Succede che la scrittura, più che un’attività, è un modo di pensare.
Il cervello degli scrittori sembra continuamente al lavoro: osserva, immagina, seleziona, archivia, restituisce. Non lascia che i dettagli vadano dispersi, li trasforma in materia narrativa.

Ecco perché, quando dico che il mio sguardo è ormai abitato dalla scrittura, non parlo solo di stile o sensibilità. Parlo di un vero e proprio allenamento neurologico, di un cervello che non può smettere di raccontare.

Un’abilità che aiuta a rivedere la realtà. Nei miei corsi si fa anche questo, attiviamo e pratichiamo scrittura e sguardo. Se ti interessa partecipare o saperne di più,

scrivimi: direlecose@gmail.com

[La pagina Substack di Daniela Gambino: https://questodeviscriverlo.substack.com/]

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