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10 Marzo 2026

Crollano le nascite in Italia, siamo il Paese più egoista del mondo?

Promesse roboanti, dati allarmanti: la famiglia in Italia resta l’ultimo dei problemi.

No, non siamo il Paese più egoista del mondo, anche se qualcuno lo insinua. E lo può dimostrare chi i figli ce li ha, e deve affrontare ogni giorno le enormi difficoltà di farli crescere. Ma allora perché l’Italia è una delle nazioni che fa meno figli?

Il teatrino della natalità

Ogni volta che escono i dati sulla natalità, i politici italiani si comportano come se fossero caduti dal pero. Trattano la denatalità come una breaking news ricorrente: la rilanciano, si indignano, e il giorno dopo passano ad altro. Poi, invece di costruire servizi, asili, stipendi decenti, vero welfare, sotto sotto si affaccia sempre la solita spiegazione culturale (soprattutto sulle donne: “troppa carriera, poca maternità”): uno schermo comodo che assolve la politica e scarica tutto sulle persone.

La clessidra demografica

Poi ci sono i numeri: spietati, inequivocabili. Nei primi sei mesi del 2025 le nascite sono state 166mila, il 7% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. A fine anno supereremo appena quota 340mila, nuovo minimo storico. Nel 2024 i nati erano stati circa 370mila, con un tasso di fecondità sceso a 1,18 figli per donna: un livello mai toccato dal dopoguerra. L’Istat prevede che la popolazione italiana calerà a 54,7 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080. Una piramide demografica che si rovescia e diventa una clessidra: tanti anziani sopra, pochi giovani sotto a reggere il peso.

Il primo vero problema è la tenuta del sistema pensionistico. Oggi ogni pensionato può ancora contare su poco più di un lavoratore attivo che versa i contributi. Ma tra vent’anni il rapporto sarà insostenibile: sempre meno persone a mantenere un esercito di anziani. L’INPS lo dice chiaramente: senza correzioni, il saldo previdenziale passerà da +23 miliardi nel 2023 a -45 miliardi nel 2032.

Asili, stipendi e fuga di giovani

Poi c’è la forza lavoro. Quasi la metà delle posizioni aperte in Italia è “difficile da reperire”, secondo Unioncamere-Excelsior. Non ci sono abbastanza giovani, e quelli che ci sono spesso scappano. Nel 2024 quasi 191mila persone hanno lasciato l’Italia (+20,5% rispetto all’anno prima), di cui 156mila cittadini italiani. Non è fuga di cervelli: è fuga di braccia, di competenze, di famiglie intere che cercano altrove quello che qui non trovano.

Nel frattempo i servizi restano fermi. Negli asili nido c’è posto solo per il 27% dei bambini sotto i tre anni, quando l’Europa chiede di arrivare almeno al 45% entro il 2030. Significa che per sette genitori su dieci la scelta è tra rinunciare al lavoro o inventarsi soluzioni di fortuna. Il famoso “work-life balance”, di cui ci siamo riempiti la bocca durante il Covid, è rimasto un manifesto da convegno. La vita vera è un’altra: fare un figlio in Italia è un percorso di sopravvivenza, non di crescita.

Chi legge da Parigi, Berlino, Melbourne lo sa: non è che lì si facciano più figli per magia (i tassi restano bassi), ma la differenza sono le condizioni. Nidi d’infanzia pubblici o convenzionati, diffusi in Francia e spesso citati come modello europeo, congedi veri, stipendi che non ti costringono a contare i centesimi. Non numeri migliori, ma ostacoli minori. È qui che l’Italia perde il suo campionato.

Il confronto con gli altri Paesi europei è impietoso. In Francia i nidi d’infanzia pubblici o convenzionati, diffusi e citati come modello europeo, coprono gran parte della domanda, in Germania i congedi parentali arrivano fino a 14 mesi retribuiti e spingono i padri a prendersi responsabilità, nei Paesi nordici la genitorialità è considerata un bene collettivo, da difendere con investimenti massicci. Qui da noi, invece, ci si accontenta di qualche bonus una tantum.

Nemmeno all’estero la natalità risale. Tra gli italiani emigrati il tasso è persino più basso che in patria: circa 5,5 per mille in Europa, contro i 6,3 dell’Italia. Ma la differenza sta nelle condizioni, non nei numeri: lì almeno puoi provarci senza trasformare la genitorialità in acrobazia economica. “In Italia avevamo rinunciato. A Lione con due stipendi e il nido comunale ci abbiamo provato. In Francia con tre figli risparmiamo quasi 6.000 euro di tasse l’anno solo con il quoziente familiare. È tanta roba: ti fa respirare e ti permette di pensare a una famiglia senza sentirti incosciente.””, racconta una coppia.

Il paradosso italiano

Il paradosso italiano è tutto qui: la famiglia come bandiera elettorale, come foto da comizio, e la vita reale delle famiglia com eun percorso ad ostacoli. E se hai uno o due bambini più della media, qualcuno comincia a vedere la genitorialità quasi come uno status simbol: “Toh, quelli hanno tre figli! Devono essere benestanti!”. Un po’ come permettersi l’auto di lusso o le vacanze a Cortina. Ma ogni anno che passa, il Paese si piega su sé stesso: meno bambini, meno lavoratori, più anziani. Non è un problema di domani, è già oggi.

Se non cambiamo strada, e subito, l’Italia non sarà in grado di reggere il peso delle sue scelte mancate. Non avremo abbastanza giovani per lavorare, per mantenere pensioni, per tenere viva la nostra società. Non avremo più futuro. Asili fino al target Ue del 45%, congedi paritari ben pagati, canali d’ingresso per lavoratori qualificati: senza almeno queste tre cose, i conti — e le culle — non torneranno.

[Questo post è stato pubblicato originariamente da Open Italy – L’Italia spiegata bene, ovunque tu sia, la newsletter in cui Marco D’Auria racconta politica, società e attualità italiane. Per italiani all’estero, per chi sogna di partire, o semplicemente per chi vuole capire davvero l’Italia, anche da lontano]

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