Le città di pianura (che a Roma resiste ancora al cinema) dialoga, anche senza volerlo, con l’eredità del Sorpasso: un viaggio tra disillusione, paesaggi aperti e personaggi sospesi, in cui la grande tradizione del road movie all’italiana trova nuove crepe, nuove ombre e un inatteso passaggio di testimone.
Il problema di una prateria è che spesso viene scambiata per il nulla, così scriveva Nathan Hill in Wellness.
Finito il libro Meridiano di sangue, ogni volta che pensiamo anche lontanamente ad una pianura disabitata ci viene in mente Cormac McCarthy e a come, nello spazio esangue dei suoi orizzonti capovolti, i tormenti riescano comunque a compiere agguati inumani.
Anche in Italia, soprattutto nel cinema, le profondità di alcuni paesaggi apparentemente deserti hanno spesso lasciato tracce indelebili e anzi, il più delle volte le strade che avrebbero dovuto condurre al nulla, poi hanno finito per condurre significati risolutivi e inaspettati.
Riguardando ancora oggi il celebre Sorpasso di Dino Risi, del resto, basta perdersi pochi chilometri appena fuori dall’Aurelia per confrontarsi con quei tipi di opportunità che in teoria – ai blocchi di partenza – avremmo dovuto possedere tutti, ma che poi, inevitabilmente, ognuno dimentica a modo suo sotto qualche fila di lampioni che non si accenderanno mai.
Specie ora che il progresso non offre più nulla se non il conto e brutti arretrati.
Non vorremmo essere sacrileghi nel fare un confronto tra Vittorio Gassman e il povero Pier Paolo Capovilla, ma tra Le città di pianura uscito in questi mesi nelle sale e il capolavoro che ha reso immortale Jean-Louis Xavier Trintignant c’è una specie di linea vettoriale che scavalca tempo, consumismo e stimola il confronto con un’eredità cinematografica che ci ha segnato per sempre.
Quasi ogni Ferragosto, quando viene riproposto Il Sorpasso in qualche arena estiva, c’è sempre qualche oratore col microfono che puntualizza come il tragitto immaginario seguito dai due protagonisti in quel film potrebbe davvero tracciare, se riportato su una vera cartina stradale, una specie di gigantesco punto interrogativo lampante e implacabile.
Noi, onestamente, non siamo andati a vedere il film diretto da Francesco Sossai per ottenere qualche risposta. Anzi, forse ci incuriosiva principalmente quasi solo la colonna sonora di Krano, di cui abbiamo apprezzato molto già nel 2016 l’ottimo esordio di folk dissonante Requiescat In Plavem su Maple Death Records.
Usciti dal cinema poi, avevamo la vaga sensazione di esserci trovati di fronte a qualcosa di diverso forse da quello che riprometteva il trailer (riuscito), ma allo stesso tempo era come se ci avesse sorpreso una specie di sincronicità euclidea con le indefinite rette, che passavano nella testa del regista quando ha messo (assieme ad Adriano Candiago) il punto finale alla sceneggiatura.
Ribadiamo che Sossai non ha nessuna velata intenzione di rispondere ai dilemmi posti più di sessanta anni fa da Risi, né di confrontarsi a petto infuori con la sua opera più famosa: ma è come se rappresentasse più o meno involontariamente le rovine con cui oggi possono confrontarsi i discendenti di chi è sopravvissuto a quella sbornia di disillusione, o di chi fino agli anni 80 è stato solo capace di tirare diritto dopo un sorpasso in curva senza mai guardare indietro.
Anche qui, come allora, c’è una formazione sentimentale di uno studente timido e introverso trascinato a forza dentro una macchina verso tappe quasi invisibili e calviniane.
Il paradosso è che abituati a vedere Capovilla declamare poeti nigeriani o Antonin Artaud sul palco con il Teatro degli Orrori, ci sarebbe anche stato che lui potesse ricalcare una figura istrionica, altera e logorroica come quella di Bruno Cortona che fu di Gassman.
In maniera del tutto sorprendente, invece, l’ex bassista degli One Dimensional Man fa retromarcia per la strada opposta, dando vita in maniera convincente a una figura assolutamente dimessa, deforme e sopraffatta dall’alcol che si bilancia perfettamente con quella del suo sodale Carlo Bianchi (l’attore Sergio Romano).
Forzando un altro paragone, se nel Sorpasso poi si andava alla ricerca quasi avventurosa dell’inedito o la svolta che il Sol dell’avvenire poteva in quegli anni ancora promettere, qui nel film di Sossai pare che l’unica ricerca è quella di trovare appagamento in un rito malconcio e consolatorio come quello consolidato e logoro dell’ultimo bicchiere.
Si narra che Dino Risi per affidare il ruolo di Roberto Mariani (poi interpretato da Trintignant) abbia cercato un interprete che assomigliasse perfettamente alla sua controfigura, che per motivi tecnici era già stata scritturata prima, non curandosi di molto altro.
Sossai al contrario è come se avesse scelto Capovilla e Romano dopo averli riempiti di mazzate e disillusioni, senza stuntman, in un ipotetico cantiere dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, che ancora adesso non sappiamo se verrà costruita mai.
Nel 1966 in Signore e Signori, Pietro Germi, fece una rappresentazione cinica e implacabile della borghesia veneta, che allora si stava arricchendo in maniera avida alcolica e volgare.
In Le città di pianura invece gli aristocratici sono quasi gli ultimi che hanno la fantasia, o forse la coscienza non ancora a pezzi, di preoccuparsi della salvaguardia delle bellezze architettoniche del Veneto (il Memoriale Brion è fantastico).
Tutti gli altri adulti sembrano non avere un tessuto culturale comune, e ora che anche il mito di Luxottica (interpretato da Roberto Citran) è sul punto di polverizzarsi e l’ora et labora dell’imprenditoria fai da te non ha più il collante della DC Dorotea, non rimangono altre spie da seguire se non quello delle lucine intermittenti dei bar sulle provinciali.
Il film forse non è perfetto, ma Capovilla e Sergio Romano sembrano essersi preparati per una vita ai loro ruoli, e ogni ruga in più dopo l’ennesimo bicchiere pare combaciare con la sete di vitalità più che con la mazzata di una sbornia madornale.
Nella loro ignoranza e forzata e comicità da sgabello, i due sono assolutamente credibili ed è forse per questo, che, almeno a Roma il film resiste nelle sale da così tanti mesi.
La Pianura non è affatto ferma e l’incontro tra i cinquantenni e il ventenne del film sembra davvero catapultare un passaggio di testimone ricco di risorse che non scoraggiano.
Il Veneto è una regione assolutamente sorprendente e piena di vitalità culturale. Il film sembra essere stato scritto apposta per dare movimento alle canzoni di Krano, che tra l’altro è solo uno dei tantissimi artisti (Stegosauro, Laguna Bollente) che negli ultimi anni sta strapazzando i cantieri sotto la Lisbona-Treviso-Budapest.
Quell’autostrada è un punto interrogativo. Questo film ha una luce non intermittente.

