Viaggio tra alcuni capolavori dell’arte ellenica, dal periodo delle conquiste mediterranee al collezionismo dei nobili romani.

Accolto nel prestigioso spazio museale della Villa, il visitatore può ripercorrere, attraverso le 150 opere esposte – sculture, rilievi, ceramiche, bronzi – le tappe della scoperta, da parte dei romani “conquistatori”, di oggetti votivi o funerari, oggetti che in breve tempo diventano simboli del potere (politico e culturale) nelle domus aristocratiche. Lungo il percorso della mostra è possibile scoprire sia originali manufatti, sia vere e proprie opere d’arte (quale il frammento di un prezioso frontone corinzio) utili a rappresentare la diffusione di una cultura che vede il ribaltamento del concetto di “vinto in battaglia” in “vincitore culturale”.

Si parte dalle prime importazioni (il bottino di guerra) nel periodo delle conquiste mediterranee e si arriva all’età del collezionismo e della conseguente produzione di esclusivi oggetti d’arredo in stile neoattico. Il percorso espositivo non mira all’effetto multisensoriale (superfluo, data la ricchezza e la varietà dei reperti presentati) bensì a una narrazione efficace, completata da ricostruzioni architettoniche su monitor e apparati decorativi per contestualizzare le opere nel loro ambiente originario, in una riuscita unione tra archeologia e tecnologie digitali: la mostra si articola quindi in cinque sezioni, anticipate all’entrata da una mappa grafica che ne facilita la fruizione. “Roma incontra la Grecia” presenta i primi manufatti che già tra VIII e VII secolo a.C. furono utilizzati in santuari e tombe di un popolo in espansione, che determinò tra le altre cose una progressiva identificazione tra divinità greche e romane. Un significativo esempio sono i frammenti di ceramiche corinzie ritrovate all’Esquilino; successivamente, tra VI e V secolo a.C. ovvero dalla caduta della monarchia all’instaurazione della Repubblica, l’importazione di oggetti di ogni tipo (statuette votive in bronzo, manufatti in marmo e rython votivi finemente cesellati) si intensifica.La sezione successiva, “Roma conquista la Grecia”, illustra come nel corso del II secolo a.C. divenne sistematico l’arrivo in città di statue, dipinti, vasellame prezioso (sono qui esposte due Nike alate su altrettante coppe dorate) che arricchirono templi, edifici pubblici e ville private. La contaminazione si trasforma presto in integrazione e, successivamente, in ammirazione, così che il titolo della terza sezione è “La Grecia conquista Roma”, dove si illustra il progressivo inserimento di opere d’arte negli spazi pubblici della città (dalle piazze alle biblioteche) che vengono così trasformati e attestano al contempo la passione dei Romani per la cultura ellenistica.

Questo processo non fu indolore per l’identità artistica greca, in quanto oggetti originariamente votivi furono esposti come simboli del potere romano: è il caso del Templum Pacis, eretto da Vespasiano dopo la vittoria in Giudea del 75 d.C.: nato come simbolo della pace (ristabilita dopo una guerra sanguinosa) divenne col tempo un museo ante litteram dedicato all’arte greca. Si arriva così alla definitiva affermazione dell’arte greca (“Opere d’arte greca negli spazi privati” è la quarta sezione) rappresentata principalmente dalle sculture che decoravano gli Horti Sallustiani, tra il Pincio e il Quirinale, in cui si racconta il terribile mito della morte dei figli di Niobe per mano di Apollo e Artemide. E’ possibile ammirare anche alcuni reperti dagli horti di Mecenate e Lamiani, provenienti dal colle Esquilino ed altre opere collegate a ricchi insediamenti dell’età imperiale. Per concludere, la quinta sezione (“Artisti greci al servizio di Roma”) è dedicata alla fiorente produzione di scultori greci esperti nella creazione di statue di culto in stile classicistico destinate ai templi ed alle abitazioni romane; il successo decretato all’arte greca determinò la nascita di atelier anche a Delos e Atene, con artisti specializzati in soggetti mitologici e dionisiaci della tradizione ellenica. L’arte greca era ormai penetrata nel tessuto culturale e aristocratico romano, determinandone il nuovo gusto “eclettico” o meglio “estetico” dell’opera d’arte.
