10 Febbraio 2026

Daniela Gambino: sono una timidona, e adesso me ne vanto

Un terzo degli italiani è come me: ci imbarazza fare una telefonata, ma la facciamo lo stesso e nessuno riconosce lo sforzo.

Premessa doverosa: Mi chiamo Daniela Gambino e sono una finta estroversa. Una maniaca dell’autocontrollo. Sotto questa scorza di “Sì, certo, ne parliamo in call domani alle 10:00” si nasconde un essere che, ogni singola volta che deve chiamare una persona sconosciuta, prega tutti i Santi e i server di linea affinché cada la connessione. Per spiegarvi: io faccio la prova generale pure per prenotare un tavolo in pizzeria.

Quando presento uno dei mie di libri e, chessò, il presentatore mi dice: non ti preoccupare, andiamo a braccio, io mi sento mancare il terreno sotto i piedi.

Una volta ho fatto un discorso senza averlo studiato prima, pause comprese. L’episodio si verificato perché le amiche mi hanno chiamata a parlare dicendo “Dai, e che sarà? Non è mica un’operazione a cuore aperto!”. Sono riuscita a dare un senso, una logica, al mio intervento, mentre stavo lì a sudare col microfono in mano, ma alla fine ero così stremata che mentre i presenti mi facevano i complimenti per poco non svenivo.

Era sconvolgente, persino per me, aver superato la timidezza, una cosa che mi spossa.

Da bambina era anche peggio. Una timidezza quasi patologica: alle feste di compleanno facevo una tapezzzeria meravigliosa, appoggiata al muro, incapace di attraversare la stanza per chiedere una fetta di torta. A scuola le interrogazioni erano un tormento, non mi usciva la voce, le mani mi sudavano e la testa si svuotava. Mio padre e mia madre provavano a incoraggiarmi, con il classico “ma buttati”. Ma ci voleva sempre un bel po’ di tempo, prima di sorridere e correre con gli altri bambini.

Da ragazzina non è andata meglio, immaginate con i primi fidanzati? Ricordo un episodio, io che aspetto un moroso seduta sulla vespa, lui arriva, io mi alzo in piedi crolla la Vespa e tutti i motorini posteggiati in fila. Tipo domino. Vergogna più timidezza, va’.

Sì, sono settata così, pure un pochino imbranata. E adesso sono abbastanza matura per ammettere che me ne vanto. Perché ormai lo so, non diventerò mai estroversa, è conclamato.

Vi vedo, vi sento, e so che siamo in tanti.

Il problema non è essere timidi; il problema è che ci hanno convinto che fosse un difetto genetico da nascondere con cura, con l’aggressività per esempio, l’umorismo, la risata isterica (o una fuga strategica nel silenzio che a volte, diciamolo, può rendere interessanti). Perché evidentemente esiste una norma sociale non scritta del tipo: guai a far sapere agli altri che sei timida. A rendere tutto più difficile c’è che quando lotti per apparire disinvolta, il tuo sforzo deve restare invisibile, sia mai la gente pensi che tu sia umana.

E invece, il nostro sforzo meriterebbe l’applauso e pure fragoroso. Io fatico anche a guardare gli altri negli occhi, fatico moltissimo a dire le prime parole se non conosco le persone, fatico a confidarmi. Nelle cene fra sconosciuti sono un disastro e siccome misuro ogni sospiro, passo per antipatica.

Il filosofo Emile Michel Cioran, uno che di ricchezza interiore e di ossessioni se ne intendeva, spiega così la faccenda:

«La timidezza, fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni ricchezza interiore»

Noi timidi non siamo una minoranza strana, siamo un vero e proprio esercito, più di un terzo degli italiani combatte con la timidezza a livelli significativi. Quindi, smettiamola di percepirci come dei freak in un mondo di performer perfetti.

Ogni volta che fate una telefonata a freddo e non balbettate. Ogni volta che intervenite in una riunione senza che il cuore vi esploda nel petto. Ogni volta che prenotate quel maledetto tavolo senza sperare che il ristorante sia chiuso. Ecco, quella è una medaglia al valore che nessuno vi darà, ma che dovete, dobbiamo, appuntarci al petto da soli.

Volete sapere la fatica che faccio per non soccombere? Vi racconto tre strategie che metto in atto da sempre e ditemi se vi riconoscete.

La prima è questa: quando faccio una telefonata che mi terrorizza e riesco a cavarmi d’impiccio, non mi dico più “sono stata fortunata”. Dico: “Brava, ce l’hai fatta anche stavolta”. Mi riconosco lo sforzo.

La seconda è che io preparo tutto. Scrivo podcast, schedulo post. Se devo chiamare, annoti i punti salienti in una scaletta (sì, come se fossi un talk show). Se devo intervenire in pubblico, so già le prime tre frasi a memoria. Questo eccesso di preparazione mi dà la “finta scioltezza” necessaria per sembrare estroversa senza esserlo. Ormai è il mio modo di lavorare.

Infine, mi compiaccio della timidezza. Ok, non sono sfrontata, ma da difetto lo uso come filtro. Se non la combatto, mi aiuta a entrare in contatto con persone più autentiche, magari un po’ impacciate e insicure, ma vere. Se faccio la sborona sono meno credibile.

E poi sapete che c’è? Personalmente non mi fido degli eroi senza paura; mi fido di più di chi ce l’ha, ma agisce lo stesso.

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