Vi sarete accorti che negli ultimi anni è diventata uno slogan, una specie di panacea. Eppure la gentilezza non è un’emozione, ma un comportamento che richiede sforzo.
Mentre scrollate i social vi sarà capitato di leggere: praticate gentilezza a casaccio, e l’onnipresente: ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.
Vi sarete accorti che negli ultimi anni la gentilezza è diventata uno slogan, una specie di panacea.
Le AI amano ripetere la parola gentile nei nostri testi. “Fai della gentilezza la tua superpower” e “diffondi gentilezza come fosse glitter.” Sono due frasi generate dalla mia chattina durante la stesura di post efficaci.
Ma cos’è veramente questa gentilezza? Parlare sottovoce? Lasciare libero il passo? Non sollevare il dito medio a chi ti sorpassa a destra?
A volte, come un lampo, si nota nei dettagli che non fanno notizia:
nel cassiere che ti spiega per la quarantesima volta come funziona il POS senza perdere la calma; nel collega che non ti interrompe quando sei in difficoltà; in chi ti spiega gli errori senza umilare, nel vicino che abbassa il volume della musica senza bisogno di picchiare sul muro con la scopa.
Perché, confessiamolo, ogni volta che entriamo in un ufficio pubblico e non veniamo presi a pesci in faccia ci sorprendiamo.
Torni a casa e pensi “oggi, che bello, non sono stata mortificata!” (Al momento, ma come dice la mia amica Chiara, la giornata è ancora lunga).
Una delle cose più sorprendenti, nei dati psicologici, è che la gentilezza non è un’emozione, ma un comportamento che richiede sforzo.
Non nasce dal “sentirsi buoni”, ma dal decidere di non reagire come sarebbe più facile. Cioè dare un pugno sul tavolo o sbattere la porta fuggendo lontano (a Honolulu).
Quindi, per renderle merito, dobbiamo, per cominciare, riconoscere che la gentilezza non è morbida, non è passiva, non è “essere carini”.
È una forma di forza, di gestione. Richiede autocontrollo, presenza, capacità di leggere l’altro e di reggere il peso delle sue emozioni senza scappare.
Insomma, gli aggettivi, strafiga, decisa e gentile, possono convivere nella stessa persona.
Per me, che lavoro nella comunicazione, è fondamentale, mi permette di sviluppare strategie e messaggi che non puntano sulla reazione impulsiva (ma vedi un po’ di annattene a ..) anche nelle situazioni più tese.
Gli psicologi li chiamano comportamenti prosociali. Nella ricerca di Sonja Lyubomirsky e del suo team (Università della California), questi gesti generano un aumento misurabile di felicità e riduzione dello stress in chi li compie.
Il sociologo Richard Sennett scrive che le relazioni richiedono tempo, e il tempo è la cosa che oggi difendiamo peggio.
Quindi essere gentili non è un gesto leggero, piuttosto ci costa.
E proprio perché è costosa, è fragile. La nostra società non la facilita con i suoi ritmi veloci, comunicazione impulsiva, relazioni usa e getta.
In questo ambiente, la gentilezza è quasi un lavoro manuale, di cura preventiva e a posteriori, perché dopo piazzate (che possono capitare) e fraintendimenti, ci tocca restaurare quello che si è danneggiato e saldare ciò che si è allentato.
Una cosa che gli studi confermano – e che spesso non si nota – è che gli atti gentili hanno un potere molto concreto: riducono la paura dell’altro. Questo link fra paura e gentilezza, non salta subito all’occhio, eppure c’è, esiste, perché molte tensioni sociali nascono da diffidenza, sospetto, difesa preventiva. Un piccolo gesto gentile incrina quella corazza.
Perché la gentilezza non deve salvarci la vita, deve indicarci, semmai, una via, mostrarci l’altro un po’ meno come un pericolo e un po’ più come qualcuno che, come noi, sta solo cercando di cavarsela. E questo in comunicazione serve, serve un sacco.
Fidatevi, siate gentili.
