Coraggio, paura e ritegno saltano in aria in “Festa con casuario”, folgorante esordio di Leonardo San Pietro. Un romanzo generazionale tra allucinazione e verità, come una sfida con la morte nel cuore della giovinezza.
La sfida è toccare la bestia, entrare nel suo recinto e dominare per quanto possibile la paura, il senso d’impotenza innescato dall’angoscia che si può provare solo al cospetto di una minaccia potenzialmente letale. È attraverso prove di coraggio e di resistenza alle botte d’ansia che diventiamo adulti, ci confrontiamo nudi e disarmati con una realtà che nel giro di pochi istanti – come in uno slasher movie americano – ha il potere di esiliare nel passato la levità, le illusioni della giovinezza.
Nel romanzo d’esordio di Leonardo San Pietro, classe 1997, una festa di studenti universitari allestita nella villa della ricca famiglia di Isa M. tra le colline di Torino diventa nel giro di poche pagine lo scenario di un mistero: un invitato che non si è presentato e non risponde al telefono; un biglietto inquietante in cui si annuncia la morte certa di Ezio (questo il nome del ragazzo) se nessuno tra i suoi amici avrà toccato il casuario australiano dei vicini di casa entro l’una di notte.
Uno scherzo, forse. O un gioco crudele architettato da qualcuno che osserva e attende nell’ombra.
“La situazione: rischiare la vita contro un essere pericoloso la cui pericolosità non si conosce esattamente, per salvare un amico. Un atto eroico. Cristologico”.
Creatura affascinante e temibile, il casuario. Aggressivo, vendicativo, inavvicinabile. Lo vedi in foto o in un video su YouTube e ti viene in mente il Cavaliere Nero della famosa barzelletta di Gigi Proietti. Un uccello che non vola ma può correre fino a cinquanta chilometri orari, nuotare come Paltrinieri o la Pellegrini e spiccare balzi prodigiosi. Pare che alcuni esemplari possano raggiungere i due metri di altezza. E – dettaglio per nulla irrilevante – dotato dalla natura di artigli affilati, micidiali (il medio è una lama lunga più di 10 cm, praticamente un pattadese sardo). È un enigma che scatena sentimenti contrastanti nei personaggi designati ad affrontarlo: ventenni repentinamente chiamati fuori dalla gioia della festa, ridestati di colpo dallo stordimento provocato da alcol e droghe. Il mio preferito, ci tengo a scriverlo, è Pab, all’anagrafe Paolo Bianchi, figura dalle sembianze non so quanto consapevolmente modellate su quelle di Kenny McCormick del cartoon South Park.
“Era seduto sul divano, con in mano un libro di Schopenhauer. Aveva un’aria un po’ triste (coltivo una sana malinconia, gli avrebbe detto mesi dopo, cosa che dovrebbero fare tutti in quest’epoca di sterili allegrie posticce)”.
Il party, la messa in scena di una felicità temporanea come la gioventù che nasconde sottopelle la paura di un futuro sempre più incerto. Festa come specchio di un presente vanamente edonistico e frammentato in cui lo smottamento verso l’ignoto in tutte le sue crudeli sembianze è dietro l’angolo.
Si entra con curiosità e si esce profondamente ammirati da Festa con casuario, romanzo scritto con lodevole padronanza di stile e (serratissimo) ritmo, con punte di assoluta vertigine nei diversi – tutti credibili – punti di vista (il trip di Tennyson e quello di Isa e Claudia sotto effetto di sangria addizionata con pasticche di Jinx; l’intermezzo comico di Luc e Pab che irrompono in una stanza dove una coppia di coetanei è andata ad appartarsi).
Bene, l’ottima notizia è che abbiamo una voce interessante e dobbiamo tenerne conto. Uno scrittore, signore e signori. Perché, è evidente, Leonardo San Pietro è qui per restare. Si è appena presentato in libreria con un’opera che per la sua generazione ha la stessa rilevanza di quella esercitata da Meno di Zero di Bret Easton Ellis per la mia.
Festa con casuario, Leonardo San Pietro, Sellerio, 168 pagine, 17 euro

