12 Aprile 2026

“Furore”, la Grande Depressione secondo Trevi & Popolizio al Teatro Argentina

Dal romanzo di John Steinbeck, adattato da Emanuele Trevi e con la musica di Giovanni Lo Cascio, uno spettacolo essenziale e potente: al Teatro Argentina Massimo Popolizio dà voce alla tragedia dei Joad in un monologo che unisce parola, musica e memoria civile.

Tre nomi e una memorabile rappresentazione: Emanuele Trevi (già Premio Strega 2021 con “Due vite”) che ha adattato per il teatro il romanzo di Steinbeck del 1939; Massimo Popolizio, che non necessita di presentazioni, la cui arte e fisicità catturano lo spettatore; Giovanni Lo Cascio, capace di trasformare in musica il ritmo delle parole scandite, quasi un’ulteriore chiave di lettura della vicenda ambientata un secolo fa in America.
Grazie al successo ottenuto da “The Grapes of Wrath” (questo il titolo originale dell’opera) a Steinbeck fu assegnato il premio Pulitzer nel 1940 e, nel 1962, fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: “per i suoi scritti realistici ed immaginativi, capaci di unire un umorismo empatico a un’acuta percezione sociale”. Il testo di Steinbeck era stato inizialmente prodotto per il San Francisco News come reportage sulla condizione disperata dei migranti interni ovvero le numerose famiglie di contadini provenienti da Oklahoma, Texas, Arkansas e Missouri, costrette ad abbandonare la loro terra a seguito della crisi economica, cui si era aggiunta la siccità.

Massimo Popolizio in “Furore”

Un dramma quanto mai attuale, quello della famiglia Joad, che – come migliaia di americani – si trova a fare i conti con un sistema economico che non solo li aveva spoliati di beni e dignità, ma che li aveva ridotti a numeri sui bilanci bancari: drammi personali e drammi sociali nel racconto -senza sconti- del passaggio dalla mezzadria al capitalismo industriale.

Polvere: è la protagonista che avvolge simbolicamente lo spettatore all’inizio di questo one-man-show e che permane, rappresentata nelle eccellenti fotografie d’epoca in bianco e nero proiettate sullo schermo; polvere tra le rughe, ora tristi, di migliaia di contadini; polvere nella voce talvolta roca di Popolizio in un crescendo della disperazione. E della fame, la stessa che oggi uccide ogni giorno centinaia, migliaia di persone nei territori di guerra. 
L’opera di Steinbeck analizza questa condizione, soffrendo come uomo e raccontandola come giornalista, in un affresco in cui il destino individuale si fonde con quello collettivo nella catastrofe sociale: qui la genialità di Popolizio e di Trevi, capaci non solo di leggere, ma di evocare in questo adattamento la potenza poetica del narratore senza stravolgerne l’opera con escamotages scenici, così che la voce è essa stessa racconto e la musica -scabra, essenziale- si fonde con le parole, con i gesti, con il dramma di quei contadini che attraversavano la Route 66 su improbabili camion carichi di tutto.

“Furore”

In California, però, pioveva: pioveva così tanto da ridurre definitivamente alla fame e decimare migliaia di persone, colpite, oltre che dai disastri naturali, dal cinismo e dalla cattiveria xenofoba con cui i cittadini americani rifiutavano la presenza dei loro simili.
Il romanzo, consacrato anche dal cinema con il film di John Ford (Oscar per la regia, 1941) interpretato da Henry Fonda, capta la frattura profonda tra l’uomo e la sua terra, tra il lavoro del contadino e il cinismo dei proprietari.
“Furore” è un evento che lascia un segno, che continua a lavorare dentro lo spettatore anche dopo che le luci si sono spente, in questo speciale connubio tra Teatro di Roma e Compagnia Umberto Orsini.

“Furore”, Teatro Argentina fino al 29 marzo.

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