Dal 30 maggio al 13 giugno, la Fabbriceria dei Miracoli ospita vent’anni di icone, opere aporetiche e pietre filosofali di un maestro greco che ha fatto di Roma la sua seconda patria.

C’è un’isola nell’Egeo, Tinos, da dove si parte con una borsa di studio e si arriva a Roma. E poi non si torna più indietro: o meglio, si torna ogni giorno, dentro ogni opera. È questa la traiettoria di Stefanos Armakolas, pittore, scultore e iconografo, maestro doratore, artista contemporaneo. Dal 30 maggio al 13 giugno 2025, la Fabbriceria dei Miracoli (via del Corso 528, Roma) ospita Geografie dell’Anima, mostra curata dall’Accademia Angelico Costantiniana con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale: una ventina di opere che sono il riassunto denso di oltre trent’anni di ricerca.
In Armakolas, la sobrietà dell’Arte Veneto-Cretese e la ricchezza cromatica post-bizantina si fondono con l’inquietudine dell’arte contemporanea. Un ponte tra civiltà. Due correnti che si incontrano in un linguaggio unico, capace di parlare ancora oggi.
Armakolas porta questo patrimonio dentro Roma, la città che lo ha adottato. Diploma in Pittura all’Accademia delle Belle Arti, laurea in Storia dell’Arte Bizantina al Pontificio Istituto Orientale: più che un curriculum, il percorso di chi ha scelto di abitare la soglia tra due mondi.
Frequenta via del Babuino quando profumava di vernici e gli artigiani tramandavano i segreti di padre in figlio. Così perfeziona la doratura a bolo armeno — fogli d’oro lucidati con pietra d’agata — con la la pazienza di chi sa aspettare.
“Non esiste cosa più spirituale di un legno dorato. Una goccia d’oro battuta fino a diventare lamina.”
Il percorso espositivo si articola in tre direttrici. Le icone: non semplici immagini devozionali, ma spazi di meditazione dove il sacro si manifesta come presenza silenziosa e sospesa. Le opere aporetiche: costruite su fondi scuri, dove emergono simboli come apparizioni — frammenti di un linguaggio interiore che affiora dalla materia, carichi della memoria aspra di Tinos, della terra brulla, degli alberi piegati dal vento. Le pietre filosofali: il nucleo più enigmatico, in cui il mito alchemico diventa metafora di trasformazione interiore. Materia e spirito che si intrecciano in processi di mutazione, sedimentazione, rinascita.
Armakolas conta mostre personali in Italia (Roma, Napoli, Caserta), Germania (Colonia, Düsseldorf) e Grecia (Atene, Mykonos). Sue opere sono presenti in chiese di rito orientale in Calabria e Sicilia, in musei e collezioni private internazionali. Docente e relatore in corsi e seminari in Italia, Belgio, Francia, Grecia e Svizzera. Ha collaborato con il Centro Russia Ecumenica di Roma.
Accanto alle icone, ha sviluppato l’Arte Aporetica, ispirata all’aporia socratica, al disagio produttivo di fronte all’ignoto.
“L’arte è qualcosa che sorprende, che devi andare a vedere. Bisogna lasciar parlare l’opera: ci racconta cose che vanno oltre la ragione.” Spiega. Un linguaggio segnato dall’incontro con Jannis Kounellis, il grande maestro dell’Arte Povera. I materiali sono scarti: imballaggi, cartone vissuto, superfici che portano tracce di vita. Su di essi, l’artista imprime simboli carichi di senso – la colomba, la rosa dei venti, la scala – “lanciati come salvagente nella marea sociale distopica”.
La mostra si apre con il convegno “Lo spirito greco nell’arte dell’icona”, il 30 maggio alle 17,30: un’indagine sulle radici teologiche ed estetiche dell’icona, sul dialogo tra le grandi correnti bizantine e la loro eredità viva nel presente. Parteciperanno Don Ercole Ceriani, Rettore di Santa Maria dei Miracoli, e Gianluigi Rossi, Magnifico Rettore dell’Accademia Angelico Costantiniana, con interventi dello stesso Armakolas e dello scrittore e giornalista Maurizio Zuccari.

