Tra carta washi, installazioni sospese e richiami alla spiritualità giapponese, l’artista trasforma l’Antica Fornace del Canova in uno spazio di luce e metamorfosi.

Nel cuore dell’Antica Fornace del Canova, dove un tempo venivano cotti i modelli in argilla di Antonio Canova, la materia torna a trasformarsi attraverso il fuoco, la luce e la carta. Da oggi al 31 maggio, lo spazio romano di Canova22 ospita infatti HIKARI, un progetto espositivo dell’artista giapponese Nobushige Akiyama. Una mostra, realizzata proprio in base alle caratteristiche dello spazio espositivo, che intreccia tradizione giapponese, installazione contemporanea e memoria dei luoghi.
“Hikari”, in giapponese, significa “luce”, ma nella ricerca di Akiyama il termine assume una dimensione più complessa: è una presenza che attraversa la materia, la rende viva, ne accompagna la trasformazione. Non a caso il progetto nasce proprio dentro una fornace storica, ambiente che conserva il segno di un passaggio fisico e simbolico: quello della materia che, attraverso il calore, cambia stato e prende forma.
L’artista lavora da anni con il washi, la carta tradizionale giapponese ricavata dalle fibre del gelso kozo, materiale antichissimo che in Giappone porta con sé un forte valore culturale e spirituale. Durante il periodo Edo era considerata una risorsa preziosa, utilizzata persino come merce di scambio. Akiyama ne esplora le possibilità plastiche attraverso tecniche tradizionali e sperimentazioni contemporanee, costruendo superfici leggere, stratificate, quasi organiche, sospese tra fragilità e resistenza.
Il percorso espositivo accompagna il visitatore verso la fornace attraversando diverse forme del suo lavoro: kimono in carta washi, volti rivestiti, composizioni sospese e strutture che sembrano fluttuare nello spazio. L’installazione culmina proprio all’interno della fornace con un ambiente immersivo fatto di elementi leggeri, attraversati dalla luce e disposti come una fiamma ascensionale. Qui il dialogo tra spazio e opera diventa centrale: l’architettura industriale dell’antico laboratorio di Canova si trasforma in un luogo quasi rituale.
Alla base del progetto c’è anche un riferimento alla cultura spirituale giapponese e alla nozione di kami, le presenze che abitano elementi naturali e oggetti nella tradizione shintoista. In questa prospettiva la materia non è mai soltanto materiale inerte, ma qualcosa attraversato da una forza vitale. Anche il richiamo al kamado, il tradizionale focolare domestico giapponese, introduce il tema del fuoco come principio generativo, mentre la figura popolare di Hyottoko – associata simbolicamente al gesto di alimentare la fiamma —-lega il lavoro dell’artista a una dimensione quotidiana e insieme rituale.
Nato a Yokohama nel 1961, Akiyama si è formato all’Università d’Arte e Design di Tokyo prima di proseguire gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Vive e lavora tra Italia e Giappone, e da anni sviluppa una ricerca che si colloca al confine tra scultura e installazione, spesso in dialogo con spazi architettonici carichi di memoria.

