[Questo post è stato pubblicato originariamente sul Substack “Questo devi scriverlo”]
Ho avuto un paio di bravi ragazzi nella mia vita.
Bravi sul serio. Laureati, cortesi, sensibili, con buone famiglie. Di quelli che, se racconti che qualcosa non andava, ti dicono: “Ma come, sembrava perfetto! Tu non ti accontenti mai, eh! Ma che vuoi?”
Eh sì, che brutta persona sono.
Una mia amica, per scherzo, mi diceva:
“Fatti sposare, vai da lui e digli: fai di me una donna onesta!”. Perché avevano tutte le caratteristiche dei buoni partiti. E io, evidentemente, da sola non ero credibile nella mia onestà.
Pagavano l’F24 prima della scadenza, portavano i fiori alla madre, facevano battute intelligenti.
Socialmente inattaccabili.
Solo che io, accanto a loro, mi spegnevo.
Niente urla. Niente porte sbattute. Quali schiaffi, quali pedinamenti.
Intanto erano un buon partito e nella mia vita giganteggiavano. Ringraziare come minimo, sempre.
Casomai li aiutavo a svilirmi. Tessevo le loro lodi: “Oh tu meraviglia, come mai ami me ribelle proletaria?”
A loro bastavano piccole cose: battute sottili, occhiate seduttive alle altre, una disapprovazione mascherata da affetto, tipo “lo dico per te”, davanti qualsiasi cosa facessi o dicessi.
Mi sentivo inadeguata, capricciosa. “Troppo”.
Ma non potevo dirlo. Perché?
Perché loro erano quelli giusti. E sembrava che il problema fossi io.
Per lasciarli infiniti tiri e molla. “Ti devi centrare” mi ripeteva una amica psicologa.
Ma era difficilissimo andarsene.
Anche quando mi dicevano che non sapevo cucinare (che tragedia! Ma cucinate voi), che mi vestivo male —
una volta uno mi pregò di non fargli regali “perché avevo un pessimo gusto”.
E aveva ragione: avevo scelto lui.
Difficilissimo andarsene, mollare il bravo ragazzo, che piaceva alle signore e faceva il galante, anche se avanzava richieste assurde: che smettessi di ridere in pubblico, che alle presentazioni non facessi la simpatica. Che la piantassi di avere a che fare con le amiche, che loro, si sa, ti influenzano, un branco di zoccole.
Eppure bastava vederli soffrire un attimo, e io tornavo indietro. Un pianterello al telefono e mi scioglievo.
Mia madre, ogni volta: “Mischino, ti ama!”
Quando queste storie sono finite, ci ho messo mesi per riprendermi.
Loro, invece, si sono rifatti una vita in otto minuti. Hanno subito trovato una ragazza – di valore, perché no – disposta a confortarli.
E questa, tra noi ragazze, era una cosa notavamo già da adolescenti.
Con una frase cruda come solo certe cose dette da adolescenti sanno essere:
“Se trovo qualcosa nella munnizza, mi domando: perché l’hanno buttata?”
La dicevamo per ridere, ma dentro c’era una verità che si conferma ancora oggi: un uomo, una donna la trova sempre. Ed è una donna anche intelligente, che preferisce non farsi troppe domande.
Anche se lo trova appena uscito da una storia difficile, anche se è fragile, o irrisolto.
Lo ricicla all’istante, come se si portasse a casa un mobiletto trovato accanto al cassonetto e cominciasse a ridipingerlo e scartavetrarlo con entusiasmo, senza manco dargli l’opportunità di un dolore catartico (esagero, lo so! Siamo tutti il mobiletto di qualcun altro).
Ma l’idea che li uomini siano in vantaggio lo confermano anche i dati.
Secondo Demography, il 77% delle donne separate dopo i 50 anni resta single nei 10 anni successivi.
Gli uomini? Solo il 23%.
Sto scrivendo una serie narrativa che si chiama “Innamorarsi dopo i trent’anni”.
Dico, innamorarsi dopo i trent’anni, perché così è più democratico.
Perché dire “dopo i quaranta” sembra una ricerca spirituale.
Dire “dopo i cinquanta” è già Mission Impossible.
E invece no.
E ci sto mettendo dentro tutto. Anche i miei incontri con i bravi ragazzi.
Non vi racconterò solo una storia d’amore.
ma un’indagine su cosa resta, e cosa cambia, con l’età, col tempo.
Sul desiderio, sulla vergogna, sulle possibilità che abbiamo – anche ora – di amare, e farci amare.
Dopo i figli. Dopo la cura. Dopo un paio di giri andati male.
Senza slogan, senza frasi da coach.
Con parole nuove. Più vere.
Ti interessa questo argomento? Ti riconosci in qualcosa di tutto questo?
Scrivimi in risposta. Oppure a direlecose@gmail.com
Presto invierò un’anteprima a chi vorrà far parte del progetto

