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11 Marzo 2026

Il caso Vera Luna: quando l’IA riscrive il passato e inganna il presente

Un presunto ritrovamento d’archivio diventa virale sul web: dietro i brani proibiti di Vera Luna non c’è una cantante degli anni Sessanta, ma un collettivo artistico che usa l’intelligenza artificiale per ricreare un passato immaginario.

L’estate 2025 musicalmente si è caratterizzata per l’assenza del classico tormentone estivo dal sapore ispanico, quello che ci ha sempre accompagnati sulle spiagge negli ultimi decenni. Quest’anno nessuna invasione di Despacito, di Tiburon, di Colita, di Camisa Negra ha saturato le radio nostrane, per allietare le giornate di vacanza della nostra penisola.

Il “ritrovamento”

Questo però non significa che l’estate musicale 2025 sia stata musicalmente arida e vuota. Tutt’altro. Anzi, con un inatteso colpo di coda, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, c’è un brano che si è imposto prepotentemente, anche se, in linea con i tempi attuali, ha spopolato e sta spopolando non sulle radio bensì sul web.
L’inattesa regina musicale dell’estate 2025 è stata infatti una vecchia canzone degli anni Sessanta, rimasta inedita per decenni, riscoperta per caso e arrivata in rete, dove è diventata virale. A cantarla è un’interprete finora ignota al grande pubblico, tale Vera Luna, un’artista di Treviso, che la incise nel 1967 per l’etichetta underground “Cantoscena”. Un brano rimasto inedito anche a causa della censura che subì per il suo testo estremamente audace.
Come si legge nel testo che accompagna il video del brano pubblicato a fine luglio on line: “A marzo del 2025, nelle soffitte di una villa sui colli senesi, sono stati ritrovati alcuni bauli contenenti la discografia completa e le carte segrete di Cantoscena: vinili, nastri, video e foto d’epoca, diari personali, documenti ufficiali e appunti rimasti nascosti per decenni”.
Dopo un attento restauro, i brani sono stati pubblicati in rete, dove hanno già ottenuto milioni di visualizzazioni. I titoli delle canzoni di Vera Luna non possono però non stupire per il loro ardore esplicito, che rischia ancora oggi, nonostante i passi in avanti fatti nel campo della morale pubblica, di essere considerato al limite dell’osceno.

Testi espliciti e sonorità vintage: la costruzione di un mito

Si va, infatti, dal cliccatissimo brano dal titolo “Aprimi il c*lo”, all’ancor più esplicito “Sver*ina il mio a*o”, canzone di debutto della cantante, datata 1966, ma uscita on line appena due settimane fa.
“È giunto il momento per noi di sperimentare – dice il testo di quest’ultimo brano – Il mio corpo che freme, io non posso aspettare / Finalmente son pronta per una nuova esperienza / Che mai ho provato, sapessi che urgenza / L’amore è dolcezza, è come un campo minato / Quel punto sulla mappa, nulla abbiamo esplorato / Svergina il mio ano, sarai il mio sovrano / Svergina il mio ano e spacca questo arcano / Il mio è un invito in un antro velato / Un terreno segreto non ancora sondato!”
Sullo stesso tema, la trevigiana Vera Luna tornerà anche l’anno successivo, con la canzone, datata 1967, che in questi mesi sta riscuotendo il maggiore successo sul web. È un brano che recita testualmente: “Aprimi il c*lo, amore mio / È una richiesta sincera / Non è un’offesa, non è un insulto / È un’emozione che voglio sentire / Aprimi il c*lo, amore mio / È una richiesta sincera / Non è un’offesa, non è un insulto / È un’emozione che voglio condividere con te!”
Le note, in entrambi i pezzi, sono quelle dolci e inconfondibili di una tipica canzone d’amore degli anni Sessanta, ma è evidente che i testi di Vera Luna lasciano davvero a bocca aperta. Possibile che negli anni Sessanta si potessero scrivere cose così esplicitamente erotiche e ribelli? Certo, di lì a pochi mesi sarebbe arrivato il Sessantotto, con le sue istanze di libero amore, ma lo stupore, per noi, all’ascolto di questi due inediti di sessant’anni fa, resta grande.
Se però si continua a scorrere fino in fondo il testo che accompagna on line i video di queste canzoni, tutto ci appare sotto una diversa e meno stupefacente prospettiva. “Tutti i personaggi, nomi, biografie e immagini presentati in questo progetto, inclusa l’artista nota come Vera Luna – si legge in quei testi – sono frutto di finzione narrativa e creatività artistica. Ogni somiglianza con persone esistenti o esistite è puramente casuale”.

Cantoscena: il collettivo invisibile dietro l’operazione

Finzione narrativa e creatività artistica? Chi è allora Vera Luna? Chi canta questi brani? Chi li ha scritti?
La verità è che l’intero progetto – brani musicali, video, testi, storie e biografie dei protagonisti – è solo l’opera di un collettivo artistico, denominato “Cantoscena” per l’appunto, nome che non è dunque quello di una vecchia etichetta discografica underground.
Grazie all’intelligenza artificiale, “Cantoscena” ha realizzato le musiche e fatto cantare questi pezzi a un’inesistente Vera Luna, inesistente seppure sul web si presenti con tanto di biografia, di presunta nascita a Treviso e di nome di battesimo di Silvana Zanrusso, poi sostituito da quello d’arte con cui è diventata nota sul web: “Attiva durante gli anni d’oro di questa avanguardia musicale, tra gli anni ’60 e ’70 – si legge sotto a uno dei suoi video – l’artista originaria del Trevigiano si è sempre distinta per l’eccellente tecnica vocale, i contenuti provocatori e un lirismo ad alto tasso erotico”.
Nonostante la frase finale presente in tutti i video della presunta artista d’antan – la già citata: “Tutti i personaggi, nomi, biografie, ecc” – chiarisca in modo inequivocabile che si tratti di una finzione e che nessuna Vera Luna ha mai inciso brani erotici negli anni Sessanta, centinaia di migliaia di persone sono cadute nel tranello, commentando il tutto come se si trattasse di una storia autentica, di veri brani cantati da una vera cantante e contribuendo così alla diffusione e al successo sul web dell’inesistente personaggio di Vera Luna, con grande giubilo dei misteriosi artisti del collettivo “Cantoscena”.
“Abbiamo una cura certosina riservata al comparto musicale, la ricerca approfondita dell’estetica vintage, anche visiva, in combinazione con l’attenzione meticolosa che mettiamo nella creazione dei contenuti testuali, sia lirici che di prosa – hanno dichiarato i membri del collettivo “Cantoscena” in un’intervista rilasciata al settimanale L’Espresso – Quest’ultimo aspetto per noi è fondamentale perché ci permette di far immergere gli utenti nel contesto sonoro, oltre a rafforzare il patto di sospensione dell’incredulità con chi ci segue”.
Nella stessa intervista hanno poi aggiunto: “Accostare il termine fake news a Cantoscena, è del tutto inesatto. Fake news è quando si veicolano intenzionalmente informazioni false riguardo personaggi e/o eventi REALI. Con Cantoscena non c’è nulla di tutto ciò: tutte le storie, i nomi e i personaggi descritti sono opera di fantasia, tra l’altro dichiarato in modo esplicito con disclaimer chiarissimi che, seppur non in bella vista, sono presenti nella descrizione di ogni video. Allora si dovrebbe definire fake news anche un’opera come i Promessi sposi, per esempio, visto che il Romanzo Storico parte da premesse del tutto simili a quelle di Cantoscena, seppur con tutti i dovuti distinguo del caso”.
Parlavo poco fa di “misteriosi artisti” poiché i nomi di battesimo di coloro che si celano dietro al progetto “Cantoscena” sono a tutt’oggi ignoti. Proseguendo una tendenza che trovò grande successo negli anni Novanta, quando nacquero collettivi artistici i cui membri rimasero a lungo sconosciuti, come Luther Blisset e Wu Ming, i creatori di Cantoscena preferiscono restare nell’anonimato, un anonimato che, senz’altro, aggiunge fascino e mistero al loro progetto.

Arte, IA e inganno: un monito per il futuro

Certo esiste una fondamentale differenza fra ciò che furono Luther Blisset e Wu Ming negli anni Novanta e nei primi anni Duemila e ciò che è ora Cantoscena, una differenza che è inequivocabile indice di tempi mutati.
Quando nel 1999 Luther Blisset pubblicò in forma anonima e collettiva il suo romanzo storico “Q”, ambientato nel XVI secolo, nessuno, infatti immaginò che quel romanzo fosse un autentico manoscritto di un autore cinquecentesco, scoperto in qualche misterioso archivio. L’antica tecnologia del libro rende più difficile questo tipo d’inganni, che, qualora si dovessero presentare, secoli di esperienza su quel tipo di mezzo comunicativo, ci fa essere in grado di smascherare abbastanza agevolmente eventuali finzioni e raggiri. Oggi, invece, la presenza di musiche e voci inventate dal nulla, capaci anche di riprodurre atmosfere d’epoca, rende il potenziale inganno di un’opera creata con l’ausilio dell’IA molto più difficile da individuare, gettandoci in confusione e richiedendo un’enorme attenzione, da parte nostra, per comprendere il gioco e non cadere nella trappola.
L’intelligenza artificiale, dunque, non solo sta modificando i modi di creazione e di produzione artistica, ma ci sta imponendo, al tempo stesso, anche la modifica dei nostri metodi di fruizione di ogni opera e di ogni informazione, per non “restare fregati”, tanto più quando l’inganno non è leale e palese, come nel caso di Cantoscena e di Vera Luna, ma è truffaldino e celato.
Per dirla in modo brusco, con una nota e colorita espressione popolare, molto in linea coi testi dell’inesistente cantante trevigiana degli anni Sessanta di cui abbiamo sinora parlato, l’IA ha molte possibilità di “aprirci il c*lo” e d’ingannarci, se non sviluppiamo rapidamente le conoscenze e le capacità adatte per comprendere e smascherare quel tipo di linguaggio.
Le canzoni di Vera Luna sono quindi, al tempo stesso, un gioco, un’opera d’arte, un fenomeno social, ma anche un monito: quello di un’intelligenza artificiale che ci impone, necessariamente in tempi molto brevi, un grande sviluppo della nostra intelligenza naturale, per poter intelligere e svelare, senza inganni, anche quel tipo di finta realtà che l’IA è capace di creare e che, in un prossimo futuro, sarà capace di realizzare con metodi sempre più raffinati.

 

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