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16 Marzo 2026

Il film che viene dal Covid: “Troppa famiglia” all’Azzurro Scipioni dopo 5 anni

Il nuovo film di Pierluigi Di Lallo, in uscita nelle sale a settembre 2025 ma girato nel 2020, racconta con ironia e amarezza una famiglia alle prese con conflitti generazionali e aspirazioni di libertà. Dal 26 al 28 settembre al cinema Azzurro Scipioni.

Nel settembre 2025 arriva finalmente nelle sale italiane Troppa famiglia, il nuovo film di Pierluigi Di Lallo girato nel 2020 e rimasto a lungo inedito. Presentato in anteprima all’Italian Contemporary Film Festival di Toronto nel 2022, dove ha conquistato premi per regia e colonna sonora, il film vede tra i protagonisti Antonello Fassari (scomparso nell’aprile scorso), Daniela Giordano, Ricky Memphis, Claudia Potenza, Alessandro Tiberi, Rocio Muñoz Morales e Riccardo Graziosi. A firmare le musiche è Umberto Smaila, autore e interprete del brano “Via di qua” che accompagna i sogni dei protagonisti.

Ambientato in un piccolo centro abruzzese alle soglie della pandemia, Troppa famiglia mette in scena la storia di Alfredo e Felicetta Buongarzone, coppia di genitori che, dopo aver cresciuto tre figli e costruito una famiglia allargata, sogna di trasferirsi in Portogallo per iniziare una nuova vita. Ma il compleanno di Alfredo e del nipotino Andrea diventa l’occasione per un confronto senza filtri: segreti, egoismi e rivendicazioni emergono tra i membri della famiglia, mentre sullo sfondo incombe l’emergenza COVID. Con ironia, sarcasmo e una vena di struggimento, Di Lallo usa il microcosmo familiare per raccontare un’Italia in bilico tra conservazione e cambiamento, tra genitori che aspirano all’emancipazione e figli adulti ancora dipendenti dal loro sostegno.

Troppa famiglia propone uno spaccato sociale in cui ciascun personaggio è al tempo stesso vittima e carnefice, e in cui chiunque può riconoscere dinamiche comuni: la crisi della famiglia tradizionale, il conflitto generazionale, la difficoltà di immaginare una “seconda vita” dopo il lavoro. Un racconto corale che trasforma il privato in universale, restituendo un’immagine sincera e talvolta crudele di un Paese che, anche di fronte a un evento epocale come la pandemia, continua a fare i conti con le proprie contraddizioni.

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