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18 Febbraio 2026

“Il mostro dagli occhi verdi” e “Dora, Le dee non sorridono mai”. Voci al femminile, storie di coraggio

Settembre inizia bene: ci accoglie a teatro con l’opera di due autrici e attrici, Francesca Bruni e Sofia Vigliar, in una doppia intervista. In scena, rispettivamente, il difficile riscatto da una dipendenza affettiva e una sofferenza emotiva culminata nella schizofrenia.

Venerdì 12 settembre alle 21 (con repliche il 13 e il 14 settembre) si inaugura la Stagione 2025-2026 del Teatro Trastevere, con una piéce di Francesca Bruni, autrice, attrice e regista di “Il mostro dagli occhi verdi” ovvero come Shakespeare possa risultare attuale. Il mostro, infatti, è la gelosia, in questo caso devastante, all’interno di una relazione che, con parole attuali, si potrebbe definire “tossica”.

teatro Trastevere
Teatro Trastevere

Otto personaggi per Francesca Bruni

Dopo il successo di “Maria Antonietta – L’ultima regina di Francia” e “Paolo & Francesca”, la giovane artista debutta in Italia con questa opera, già presentata a Ginevra. Si tratta di un monologo ironico in cui manipolazione e autodistruzione definiscono il dolore di otto personaggi (tutti interpretati dalla Bruni) in un intreccio di confessioni e paure.

Francesca Bruni
Francesca Bruni

Come si legge nelle note di regia, “lo spettatore è chiamato a comporre il puzzle, a leggere tra le righe, in un continuo oscillare tra verità e percezione, tra memoria e difesa, tra empatia e giudizio”.
L’argomento è di grande attualità: di seguito, l’intervista esclusiva all’autrice.

Prima l’Istituto per la Cinematografia a Roma, poi la Scuola Internazionale dell’Attore, quindi l’avventura londinese: cosa ha conservato e utilizzato per arrivare a regia, recitazione, sceneggiatura e doppiaggio? E cosa vorrebbe aggiungere?
“Ho conservato la disciplina e il rigore dello studio, la curiosità di mettermi sempre alla prova e la voglia di andare oltre i miei limiti. Roma mi ha dato la tecnica, Londra mi ha insegnato la libertà, la capacità di reinventarmi e di aprirmi a linguaggi diversi. Oggi porto tutto questo nel mio lavoro: quando recito, quando scrivo o quando dirigo, c’è sempre quella contaminazione di esperienze. Cosa vorrei aggiungere? La leggerezza, la capacità di non prendermi troppo sul serio, perché è lì che spesso nasce la vera autenticità”.

In “Il mostro dagli occhi verdi” ci parla di una figura di donna coraggiosa che decide di uscire dal labirinto emotivo, distruttivo, di un rapporto definito “tossico” ovvero di dipendenza affettiva. L’opera teatrale ci mostra questo doloroso percorso attraverso otto personaggi: come è riuscita a diversificare otto voci e un destino comune?
“Ho lavorato come se ognuno di quegli otto personaggi avesse un cuore e un respiro propri. Ho cercato voci, ritmi, posture diverse, ma senza mai dimenticare che in fondo sono tutte sfaccettature della stessa esperienza: la paura, la rabbia, la fragilità, la speranza. La difficoltà maggiore è stata non cadere nella caricatura, ma restare sempre autentica, reale, dolorosamente vera. Quello che li unisce è il destino comune, ma ognuno lo attraversa con un colore unico”.

Dopo “Paolo e Francesca”, dopo “Il mostro dagli occhi verdi” sa già cosa (e chi) rappresenterà in futuro?
“Intanto a inizio dicembre tornerò al Teatro Trastevere con un mio nuovo spettacolo inedito: una commedia drammatica dal titolo “Sembri Tua Madre”. Uno spettacolo che si crede semplice… finché non smette di esserlo. E che il pubblico vorrà rivedere, per scoprire dove è stato ingannato.
Poi sto lavorando a un progetto che mi sta molto a cuore: uno spettacolo dedicato ad alcune delle donne più coraggiose della storia. E, accanto al teatro, ho deciso di prendermi tempo per scrivere un romanzo, con al centro una delle figure più importanti della nostra letteratura italiana. Non voglio spoilerare troppo, ma sarà un viaggio molto diverso”.

Rimanendo sul tema “donne”, cosa vorrebbe dire a coloro che ogni giorno portano il fardello dell’insoddisfazione o del timore, in una vita fatta di timore e rinuncia?
“Vorrei dire che la forza non è negare la paura, ma attraversarla. Che non si è mai sole, anche quando sembra di esserlo, e che il primo atto di coraggio è guardarsi allo specchio senza giudicarsi. Le donne hanno dentro di sé una riserva infinita di resilienza e creatività: non bisogna soffocarla, bisogna darle spazio. A volte basta un piccolo gesto, un “no” pronunciato al momento giusto, un sogno rimesso in cammino, per cambiare il corso della propria vita”.

Viaggio nella vita di Dora Maar

A distanza di due settimane, il Teatro Trastevere propone un’altra piéce che si prefigura altrettanto esplosiva, per contenuti e forma: “Dora” rappresenta una sorta di viaggio attraverso la vita di Dora Maar, fotografa, musa e compagna di Picasso. A monte di questa scelta artistica c’è un dolore reale nella memoria dell’autrice, Sofia Vigliar, ovvero la vicenda della nonna paterna che cadde nella morsa della schizofrenia.
Non erano ancora maturi i tempi in cui il disagio mentale poteva essere curato, così che per le donne troppo libere – o troppo emotive – si aprivano le porte del manicomio: basti ricordare le figure di Camille Claudel e Alda Merini. Nel caso della Claudel (1864-1943) influì il perbenismo della famiglia (fu il fratello Paul Claudel a chiederne l’internamento) e la drammatica fine della passione che l’aveva unita per anni allo scultore Auguste Rodin (1840-1917) suo mentore e amante. La vita di Alda Merini (1931-2009) è più conosciuta: nel 1947 venne internata per disturbo bipolare e, successivamente, subì più di un ricovero per schizofrenia. Era una donna indipendente, incurante delle regole e troppo sensibile. E Dora Maar? Nel romanzo di Slavenka Drakulić, “Dora Maar e il Minotauro. La mia vita con Picasso”, la protagonista è dipinta come una giovane di talento, impegnata a creare una peculiare realtà dettata dall’obiettivo fotografico, che finirà i suoi giorni tra elettroshock e solitudine, condizionata dall’infelice rapporto “esclusivo” avuto con Picasso. Impossibile non cogliere il fil rouge che attraversa queste storie (e molte altre…) di donne che, per amore, un amore spesso sottovalutato nella sua valenza distruttiva, perdono sé stesse.
In scena il prossimo 26 settembre, sempre al Teatro Trastevere. L’’autrice, attrice e regista Sofia Vigliar ha accettato di rispondere a Roma Report.

Potrebbe parlarci un poco di sé e della sua formazione artistica?

Sofia Vigliar
Sofia Vigliar

“Sono un’attrice e scrittrice bilingue, nata a Roma e cresciuta tra gli Stati Uniti e Londra da madre francese e padre metà italiano metà andaluso. Mi sono formata alla Guildhall di Londra e con maestri come Michael Margotta, Ivana Chubbuck, Roberto Latini. Ho studiato danza classica per 15 anni. Ho iniziato la mia carriera a quattordici anni con Nanni Moretti nel ruolo di Arianna nella “Stanza del Figlio”, a teatro ho partecipato alla tournée di Giorgio Albertazzi nel “Mercante di Venezia”, continuo a studiare attualmente con l’ acting coach Paolo Antonio Simioni. Sono anche una voice over artist principalmente in lingua inglese e appassionata di pittura cinema e scrittura poetica”.

Una scelta coraggiosa in nome della libertà di essere sé stesse: quanto di puramente femminile e quanto di universale può rappresentare il personaggio di Dora Maar?
“In un momento storico in cui finalmente si urla la violenza del patriarcato, vengono a galla le storie vere di grandi donne affiancate ai grandi geni, che meritano uno sguardo più femminile, Dora Maar è descritta da Picasso come la “ femme qui pleure” in centinaia di sue opere eppure era la sua musa, consigliera amante, immensa artista surrealista e attivista, e così puramente femminile è la femmina che piange e si strugge d’amore? Addirittura da ammalarsi mentalmente? Di puro femminile in Dora Maar per me c’è proprio la scelta libera di aver attraversato il dolore e aver vissuto così intensamente nel bene e nel male raggiungendo una libertà e purificazione universale. Dora e il suo coraggio di essere se stessa nell’ascetismo con la luce abbagliante della sua schizofrenia, in questo universale ispirazione”.

Sofia Vigliar e la costruzione del personaggio di Dora: vuole dirci di più sull’ispirazione avuta per lo spettacolo?
“La mia prima ispirazione è stata mia nonna paterna che si ammalò di schizofrenia, una donna estremamente conturbante e brillante, che non ha avuto la fortuna di vivere libera come avrebbe desiderato, così sin da bambina ho covato un senso di ingiustizia per lei e di forte ammirazione. E poi è arrivata la ricerca su Dora Maar, rapita dagli scritti sulla sua vita, la sua arte, i suoi amori, si è tutto fuso in una scrittura karmica che ha dato vita a dialoghi tra lei e Jacques Lacan dopo il suo ricovero al Saint Anne ripercorrendo attraverso visioni oniriche e transfer alcuni capitoli della sua vita, arrivando a raccontare la luce della malattia in uno stato di grazia. Tutto sempre con il cuore di entrambe le mie muse”.

Come si è rapportata con il lavoro di Slavenska Drakulic, “Dora e il Minotauro”?
“Ho amato molto il testo della Drakulic, dove si possono trovare anche frammenti preziosi di alcuni scritti di Dora Maar. E’ stato un libro prezioso per me che grazie alla sua scrittura restituisce a Dora una grande dignità e fascino”.

Cosa si aspetta dalla sua opera? Progetti di cui vuole parlare?
“Spero che sia prima di tutto un debutto libero e gioioso . Poi mi auguro che Dora possa far vedere il dolore femminile come qualcosa di enormemente curativo, che possa raccontare la solitudine della malattia come una piccola grande luce liberatoria. Il mio sogno è che diventi un film. Nei miei prossimi progetti c’è un romanzo, un film e ancora altri racconti, ispirati dai miei sogni”.

Due giovani donne e una grande opportunità, far riflettere sulla fragilità della condizione affettiva e farlo con la potenza dei gesti, del corpo, della voce.
Al Teatro Trastevere, Via Jacopa de’ Settesoli, 3 (prenotazioni 06 5814004 – 328 3546847)

 

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