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10 Maggio 2026

Il progetto Montagnola e l’ombra di Bankitalia sul fondo immobiliare

Banca d’Italia ha rilevato un’esposizione al rischio di riciclaggio in DeA Capital Real Estate SGR e ha chiesto il rinnovo dei vertici della società. Una notizia che riguarda da vicino anche Roma: è questa SGR del gruppo De Agostini a gestire il fondo immobiliare al centro del progetto di riqualificazione dell’ex deposito AMA alla Montagnola, un intervento da 100 milioni di euro già contestato dai residenti del quartiere.

Il progetto di rigenerazione urbana dell’ex deposito AMA alla Montagnola era già al centro di polemiche. Ora si aggiunge un elemento nuovo: la società che gestisce il fondo immobiliare coinvolto nell’operazione è finita nel mirino di Banca d’Italia per esposizione al rischio di riciclaggio.

Il 24 aprile scorso, DeA Capital Real Estate SGR ha ricevuto il provvedimento di Via Nazionale con gli esiti degli accertamenti ispettivi conclusi a dicembre 2025. Bankitalia ha rilevato un’esposizione al rischio di riciclaggio e chiesto un intervento urgente: il rinnovo della maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, inclusi il presidente e l’amministratore delegato, con la nomina di figure senza precedenti incarichi operativi nella SGR e con almeno un consigliere esperto in materia antiriciclaggio. Nel frattempo, la società non potrà collocare nuovi fondi presso la clientela retail (cioè i risparmiatori privati comuni, persone fisiche che investono i propri risparmi). Non ci sono indagati né accuse penali: si tratta di un giudizio sulla capacità della società di prevenire e gestire i rischi. Ma in un’operazione immobiliare complessa e già contestata, il peso di una valutazione del genere è tutt’altro che trascurabile.

L’area in questione si trova nel quartiere Montagnola, tra via Acri, via Spedalieri e via Castiglione, a ridosso dell’Eur. Fino ad oggi è stata occupata da un deposito operativo di AMA, l’azienda municipale dei rifiuti. Il progetto sostenuto dal Campidoglio prevede la demolizione delle strutture esistenti e la costruzione di un complesso misto su circa due ettari: residenze private, nuovi uffici per AMA, servizi di quartiere, una piazza pubblica, spazi commerciali e circa 7mila metri quadrati di verde. Un intervento da circa 100 milioni di euro, presentato dall’amministrazione come rigenerazione urbana senza consumo di suolo. La regia urbanistica resta pubblica, ma la proprietà dell’area è stata conferita al fondo immobiliare gestito proprio da DeA Capital Real Estate SGR: il che rende l’operazione possibile, e allo stesso tempo controversa anche prima del provvedimento di Bankitalia.

Per il Comune si tratta di riqualificare un’area degradata e restituirla al quartiere con nuove funzioni e servizi. Per i comitati di residenti, invece, il rischio è quello di un intervento troppo impattante: più cemento, più traffico, un equilibrio urbano che potrebbe cambiare profondamente. Sullo sfondo c’è la legge regionale sulla rigenerazione urbana, che consente margini di flessibilità rispetto ai piani regolatori tradizionali. Ed è proprio questa flessibilità a dividere: opportunità per l’amministrazione, possibile porta aperta alla speculazione secondo i cittadini.

Sul piano formale, nulla si blocca automaticamente: i fondi gestiti da DeA Capital continuano a operare e il progetto alla Montagnola non decade. Ma nella pratica le conseguenze possono essere significative. Il Comune potrebbe muoversi con maggiore cautela, chiedere verifiche aggiuntive, rallentare l’iter. I comitati di quartiere hanno ora un argomento in più da portare nei ricorsi amministrativi, spostando il confronto dal solo terreno urbanistico a quello dell’affidabilità del soggetto attuatore. E all’interno della SGR, il ricambio imposto ai vertici può tradursi in tempi più lunghi o in una revisione delle priorità operative.

Il risultato è che un progetto già delicato diventa ancora più esposto. La trasformazione dell’ex deposito AMA alla Montagnola non è soltanto una questione di metri cubi o di funzioni urbane: è un caso che mette insieme finanza, pianificazione e consenso sociale, con l’aggiunta di un giudizio dell’autorità di vigilanza sul soggetto chiamato ad attuarlo. Nei prossimi mesi potrebbe diventare un banco di prova rivelatore per il modo in cui Roma decide di rigenerare sé stessa.

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