La Corte dei Conti indaga sull’acquisto del terreno di Santa Palomba, pagato 7,5 milioni quando ne valeva quattro. Una quindicina di persone chiamate a rispondere. I cantieri, però, partono lo stesso.

Roma sta cercando di costruire il suo primo grande impianto per bruciare i rifiuti. Il cantiere non è ancora partito, ma i problemi sì.
L’impianto deve sorgere a Santa Palomba, zona industriale nella periferia sud della città, e secondo i piani dell’amministrazione Gualtieri sarà in grado di trattare 600mila tonnellate di rifiuti indifferenziati all’anno, cioè circa metà di quelli che Roma produce attualmente. Per anni la Capitale ha risolto il problema spedendo i suoi rifiuti in altre regioni e all’estero, a costi altissimi. Il termovalorizzatore dovrebbe chiudere definitivamente questa storia. I cantieri sono previsti nel corso del 2026, con un investimento complessivo di circa un miliardo di euro. Il problema è che sulla fase preparatoria si è aperta un’indagine.
Il terreno pagato troppo, secondo la Corte dei Conti
Nel 2022 Ama – la municipalizzata romana che gestisce i rifiuti — ha acquistato il terreno di Santa Palomba su cui sorgerà l’impianto: lo ha pagato 7,5 milioni di euro, ma secondo la ricostruzione della Procura contabile del Lazio, quell’area valeva circa 4 milioni. Il danno alle casse pubbliche sarebbe quindi di oltre tre milioni di euro.
Come sarebbe successo? Dietro la lievitazione del prezzo ci sarebbe, secondo i magistrati, un accordo tra le due società venditrici: Immobiliare Palmiero e For Edil. La prima avrebbe pagato alla seconda un indennizzo da 1,35 milioni di euro per sciogliere un contratto preliminare già scaduto; un pagamento che non aveva, secondo la Corte dei Conti, nessuna ragione di esistere, se non quella di gonfiare artificialmente il valore del terreno. Il tutto, aggiungono i magistrati, era abbastanza facile da scoprire per chi aveva il compito di controllare.
Una quindicina di persone tra manager e amministratori – tra cui l’ex presidente di Ama Daniele Pace, che si è dimesso dal consiglio di amministrazione proprio nei giorni in cui la notizia è emersa, e Paolo Aielli, ex direttore delle Partecipate del Campidoglio – sono stati chiamati a fornire le loro spiegazioni. Hanno un mese per farlo.
Ama respinge la ricostruzione. In una nota, l’azienda sostiene che il prezzo di 75 euro al metro quadro era già quello della proposta originale del 2021, ancora sotto la precedente amministrazione, e che non è mai cambiato. L’acquisto, dice Ama, fu preceduto da una perizia affidata a una società esterna attraverso una regolare procedura pubblica.
Chi ha scatenato il caso
L’indagine nasce da un esposto presentato dall’ex sindaca Virginia Raggi e da una consigliera del Municipio IX. Raggi, che da sindaca si era opposta all’idea del termovalorizzatore, rivendica di aver “acceso un faro” sul prezzo del terreno già nel 2022. I comitati contrari all’impianto parlano di fatto penale oltre che di danno erariale e chiedono il blocco dei lavori. Sul fronte opposto, Alessio D’Amato di Azione ha definito irresponsabile qualsiasi richiesta di stop, evocando il rischio di finire “in una situazione modello Ilva di Taranto”. Nel mezzo, il M5S capitolino si trova in una posizione un po’ imbarazzante: Raggi rivendica l’esposto, ma i consiglieri del Movimento in Campidoglio hanno preso le distanze dai toni più duri, limitandosi ad auspicare che la magistratura faccia il suo lavoro.
Il progetto va avanti comunque
L’indagine contabile non blocca i cantieri. L’appalto è già stato aggiudicato a una cordata guidata da Acea Ambiente – la multiutility partecipata dal Comune – insieme ad altri partner industriali, che gestirà l’impianto per 33 anni. Le autorizzazioni ambientali sono state rilasciate. Il contratto di concessione è firmato.
Restano aperte alcune questioni che i critici del progetto continuano a sollevare. I rifiuti arriveranno a Santa Palomba su strada – un centinaio di camion al giorno su strade già congestionate – nonostante le promesse iniziali di puntare sul trasporto ferroviario. E a livello europeo è in discussione l’inclusione degli inceneritori nel sistema di scambio delle quote di emissioni (ETS), il che potrebbe comportare costi aggiuntivi per Roma nell’ordine di decine di milioni di euro l’anno.
