La vendemmia si annuncia abbondante e di qualità: dovrebbe essere un trionfo. Ma c’è un problema: scorte invendute, dazi più alti, consumi in calo. Un orgoglio nazionale tradito da logiche di mercato.
Lo confesso, anche se più che una debolezza è un riflesso istintivo: quando mi trovo a cena con amici all’estero, finisco sempre a difendere la qualità e la varietà dei vini italiani. Per me, sono tra i migliori al mondo. Poi però mi tocca ammettere che la Francia li ha saputi raccontare meglio: strategie di marketing iniziate almeno quarant’anni fa, un marchio riconoscibile ovunque. Noi ci affidiamo alla sostanza, che non manca, ma la sostanza da sola non basta quando il mercato detta legge. (Sull’olio però, non c’è partita: stravinciamo: ma questo è un altro discorso).
Ed è proprio qui che si nasconde il paradosso della vendemmia 2025. La più ricca e la più promettente degli ultimi anni, eppure non è una buona notizia. Perché troppa uva, troppo vino, oggi significa più rischi che opportunità.
Bere vino, da noi, non è mai stato un gesto come un altro. È rito, abitudine, simbolo nazionale. Un calice rosso a tavola racconta più di mille statistiche: comunità, identità, appartenenza. Ma la logica della vigna non coincide più con la logica del mercato.
Dal mio punto di vista del consumatore sembrerebbe tutto lineare: se c’è tanta uva, se le botti sono piene, il vino dovrebbe costare meno. Migliore qualità, maggiore quantità, prezzi più bassi. Invece scopri che non è così. Il vino non è come i pomodori. I costi fissi sono alti, il lavoro in vigna e in cantina non si sconta, la distribuzione resta complessa. Abbassare i listini significa schiacciare i piccoli produttori – che in Italia rappresentano la grande maggioranza, con oltre il 70% dei vigneti sotto i due ettari – e ridurre la varietà. È questo il vero paradosso: cantine piene, ma scaffali più poveri. Perché l’eccesso di offerta schiaccia i margini e finisce per cancellare la biodiversità che ha reso unico il vino italiano.
I numeri lo confermano. Nel 2024 in Italia si sono consumati circa 22 milioni di ettolitri, quasi 38 litri a testa. Restiamo tra i primi in Europa, ma la tendenza è chiara: i giovani bevono meno, preferiscono bianchi, bollicine, perfino alternative analcoliche. I rossi quotidiani, quelli da trattoria, scivolano via. Il vino passa da alimento quotidiano a esperienza saltuaria.
Intanto le cantine traboccano: 40 milioni di ettolitri di giacenze, quasi una vendemmia intera ferma. E il 2025 si annuncia abbondante e di ottima qualità. Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana Vini, è stato netto: “Serve ridurre la produzione di almeno il 20%”, soprattutto nei vini comuni. Tradotto: senza un intervento mirato, l’eccesso rischia di trasformarsi in svalutazione e in crisi di mercato.
Il vino, però, non è folklore: è economia. Vale circa 15 miliardi di euro l’anno di export e coinvolge quasi 2 milioni di persone. È, insieme alla moda e al cibo, uno dei pilastri del “Made in Italy” percepito all’estero. Ma quest’anno le nubi si addensano: l’accordo commerciale con Washington ha escluso il vino dalle esenzioni tariffarie. Risultato: dazi Usa in aumento dal 10 al 15%. Per l’Italia significa 300 milioni di euro in meno l’anno, con un effetto domino: minori vendite all’estero, più stock invenduto in patria, prezzi che non calano per i consumatori e bilanci in rosso per i produttori.
Qui la contraddizione si fa bruciante. Il prodotto che più ci rappresenta, quello che esportiamo come bandiera identitaria, rischia di trasformarsi in zavorra. La “vigna d’Europa” con le botti piene e le mani legate.
Ed è all’estero che il paradosso raddoppia. Ordinare un bicchiere di Chianti a New York o un Prosecco a Sydney non è solo un piacere: è un modo per sentirsi a casa. Ma quella bottiglia che in Italia costa 5 euro sugli scaffali, oltreoceano arriva a 15 o 20 dollari. Non più abitudine, ma lusso. Invece di avvicinare all’Italia, il vino rischia di allontanarla.
Troppo poco, e si paga caro. Troppo, e non vale quanto dovrebbe. Quest’anno ne avremo tanto, ottimo, ma che rischia di restare chiuso nelle cantine. L’orgoglio che diventa problema, la ricchezza che diventa minaccia: ecco il paradosso italiano in bottiglia.
E allora viene da chiedersi (non solo per chi vive lontano), quel bicchiere di Sagrantino o Greco di Tufo è ancora un gesto quotidiano, o ormai un piccolo lusso da concedersi ogni tanto?
[Questo post è stato pubblicato originariamente da Open Italy – L’Italia spiegata bene, ovunque tu sia, la newsletter in cui Marco D’Auria racconta politica, società e attualità italiane. Per italiani all’estero, per chi sogna di partire, o semplicemente per chi vuole capire davvero l’Italia, anche da lontano]
