Il primo sondaggio dell’Associazione Dipendenti Laici Vaticani rivela uno scollamento profondo tra vertici e lavoratori. All’ombra del “Cuppolone” il paradiso è finito.

I romani hanno sempre immaginato, e almeno per quanto riguarda il passato era vero, che lavorare in Vaticano fosse un gran privilegio, fonte di inesauribili scorciatoie, con la mai segreta convinzione che nella città eterna continuano a comandare i preti, e quindi malediciamoli pure, però facciamoci pagare lo stipendio.
Da un po’ di tempo a questa parte i conti però non tornano, ci sono meno soldi, l’obolo di San Pietro langue, la mala gestione economica e gli scandali finanziari hanno influito non poco sull’agenda degli ultimi tre papi. Pastori sul soglio di Pietro costretti a impegnare una parte non piccola del loro tempo a raddrizzare la barca del pescatore di Galilea.
A farne le spese, non solo nelle tasche, i dipendenti Vaticani che in un sondaggio si sono dichiarati demotivati, stanchi per i rapporti difficili con la dirigenza curiale e spesso anche mobbizzati. I privilegi, al di là delle fantasie che sempre suscita er Cuppolone, potevano ridursi al posto fisso e ai guadagni che non venivano tassati, questo perché non vige la legislazione italiana, essendo un altro Stato; e la possibilità di rifornirsi di benzina senza l’aggravio delle accise da quella parte del Tevere; poi c’era l’Annona, una specie di supermercato a prezzi convenienti (recentemente è stato dato in mano a privati, al gruppo Tigre, con costi che non si differenziano dall’esterno).
I lavoratori stipendiati in vaticano sono circa 4200, ed hanno risposto ad un sondaggio realizzato dall’Associazione Dipendenti Laici Vaticani, una indagine effettuata tra il 15 dicembre e il 7 gennaio. Il questionario era dedicato alle condizioni di lavoro, a cui hanno risposto 280 persone, per l’80% associati all’ADLV. Un numero rappresentativo, si consideri che Oltretevere non esiste un sindacato e non esiste il diritto di sciopero, quindi su certi temi non è facile esprimere il proprio dissenso o critica, anche perché si ritiene che si lavori tutti per la stessa “causa”.
Emerge quindi che il 75,9% dei partecipanti ritiene che le risorse umane non siano adeguatamente collocate, valorizzate e motivate. Il 73,9% percepisce uno scollamento tra dirigenza e lavoratori, contro una minoranza del 12,8%, che si dimostra invece soddisfatta. Significativo il fatto che per il 71,6% degli interpellati i Superiori non siano stati selezionati secondo criteri di trasparenza e tramite un percorso curriculare. Il 26% dei lavoratori sostiene che non sia possibile dialogare in modo libero e sincero con i propri responsabili.
In generale, i dipendenti del Vaticano lamentano una scarsa valorizzazione delle risorse umane. Il 75,8% pensa che l’ambiente di lavoro in cui opera non premi lo spirito d’iniziativa, il merito e l’esperienza acquisita con l’anzianità. Un dato che fa il paio con un’altra informazione particolarmente preoccupante: più del 56% denuncia di aver subito ingiustizie e vessazioni dal proprio responsabile, fattore che andrebbe seriamente approfondito e arginato, benché in Vaticano il reato di mobbing non sia ancora configurato.
Insomma, i dipendenti vaticani vorrebbero essere valutati maggiormente per le loro competenze, e infatti il 73,4% percepisce favoritismi, disparità di trattamento, mancanza di attenzione verso i dipendenti, insicurezza sulla tutela dei propri diritti, anche pensionistici.
Predicare bene e razzolare male? Ahi, ahi, ahi! Papa Leone finora però non è rimasto a guardare. Ha approvato il nuovo Statuto dell’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica, e ha autorizzato il pagamento del bonus sul conclave, ed espresso l’intenzione di cercare un percorso comune, in ascolto anche dell’ADLV.
A scanso di equivoci ripetiamo tutti insieme: “Nuntio vobis cum magna tristitia”: il paradiso non si trova in Vaticano!
