Ogni tanto sono attratto da questo agile volumetto della professoressa Nadia Urbinati che spiega quanto la peccaminosa ipocrisia sia stata invece preziosa per la civilizzazione umana. Ne vorrei un po’ di più anche qui ed ora. È uno strumento di convivenza civile, ci consente di tollerare le idee che non condividiamo, di non manifestare il nostro disprezzo per chi è molto diverso da noi. Ci impedisce di aggredirci. È un omaggio del peccato alla virtù, come diceva François de La Rochefoucauld.
Mi mancano i sepolcri imbiancati che preferisco al popolo che urla “Barabba”. Tutti ci sentiamo sempre più autorizzati a vomitare i nostri estremismi, i nostri rispettivi e irrispettosi odii l’uno addosso all’altro.
Faccio un esempio forse un po’ troppo alto, ma che secondo me rende l’idea. In questo momento dire che si auspica la soluzione di due popoli e due stati in Israele e Palestina è ipocrita? Forse sì, ma lo preferisco a sentir dire a mare gli uni o a mare gli altri.
Faccio anche un esempio bassissimo: astenersi dal commentare l’aspetto fisico dei propri avversari è ipocrita? Temo però che questo argine che nella vita di tutti i giorni è parente stretto della buona educazione stia cadendo neanche troppo lentamente sotto il peso di una franchezza barbarica e semplificatrice.
La libertà di dire che se sei povero sono fatti tuoi e a me non importa, quella di dire che se non sei come me sei sbagliato. In nome di alcune normalità difese o contestate. Mi è capitato di frequentare ambienti diversi, più o meno liberal , più o meno tradizionalisti, in cui la caduta dell’ ipocrisia ha dato la stura ad irripetibili concioni contro l’uno e contro l’altro, in assenza e a volte anche in presenza dell’altro. Tutto è permesso, tutto si può dire.
Che il peccato torni ad inchinarsi alla virtù e che noi ci si vergogni di dire proprio tutto quello che pensiamo del nostro prossimo.
Quanto alla politica, Urbinati chiarisce come solo nelle democrazie i leader si sentano obbligati a un certo grado di ipocrisia, perché devono tener conto dell’opinione pubblica e non possono dire e fare proprio quel che vogliono.
Nei totalitarismi, aimè, il problema però non si pone. In questi giorni mi sono imbattuto in un alto libretto che invece racconta delle vicende di Federico il Grande di Prussia, l’uomo che pose le basi per la nascita della Germania e il vero modello umano e politico di Adolf Hitler. Non proprio un agnellino: appena giunto al potere stabilisce di aggredire l’impero asburgico, di cui sarebbe vassallo, senza alcuna giustificazione o motivazione accettabile da quella che oggi chiameremmo la comunità internazionale. Di fronte alle proteste dei suoi ministri rispose che lui voleva la Slesia e che stava a loro trovare una giustificazione. Approfittò di un momento di debolezza dell’impero, successioni, leggi saliche, non rispettò i trattati e le alleanze che via via stipulava, ridendo di queste cancellerie che ancora credevano a quei pezzi di carta. Mi ricorda più di qualche protagonista del secolo scorso e di questo. L’ipocrisia ti fa in qualche modo render conto di quello che fai e di quello che dici.
Certo, poi c’è sempre la propaganda e la menzogna, ma quella è un’altra questione.
Nadia Urbinati, L’ipocrisia virtuosa, 2023, Il Mulino
