Un fenomeno che non è facile da spiegare: cosa accade ad un italiano in vacanza all’estero quando incontra un connazionale? La prima reazione è di fastidio, altre volte di amara sorpresa. E infine, in qualche modo, cerchiamo di occultare la nostra vera nazionalità, anche se un minuto prima avevamo gonfiato il petto con famigliari o amici stranieri per le qualità uniche del nostro Paese. Perché?
Immagino che sarà capitato anche a voi, di trovarvi di fronte ad uno/a che parla la vostra stessa lingua o assume comportamenti “tipicamente” italiani a Parigi a Londa o in qualsiasi altro luogo del mondo. La prima reazione è di fastidio, altre volte di amara sorpresa. E infine, in qualche modo, cerchiamo di occultare la nostra vera nazionalità, anche se un minuto prima avevamo gonfiato il petto con famigliari o amici stranieri per le qualità uniche del nostro Paese, come, per esempio, l’arte, il vino, il cibo, e di tutto quello che è made in italy, prodotto nei nostri confini, e per dirla tutta: a chilometro zero!
Certo, se appartenete al ceto medio riflessivo borghese, prevalentemente di sinistra, non vi passa per le mente di raccontare ad alta voce le meraviglie culinarie nostrane e nemmeno vi scappa di esprimere un seppur minimo orgoglio patriottico, per qualche impresa sportiva, artistica o di altro genere di origine italiana.
Ma quale che sia la vostra classe di appartenenza, questa estate, quando andrete in vacanza – oppure già ci siete – tenterete di mimetizzarvi, di prendere la pelle del camaleonte, quando vi troverete di fronte a voi un altro italiano. Le previsioni ci avvertono che in totale coloro che decideranno di passare un periodo di ferie all’estero non superano il 35%. La meta di gran parte è un paese europeo, quindi ci sono buone probabilità che questa esperienza “particolare” possa capitarvi.
Cosa accade? Succede solo a noi italiani? E fino a che punto possiamo arrivare per occultare la nostra nazionalità? Cosa c’è dietro? Di cosa ci vergogniamo?
Le risposte non sono facili e sarebbe interessante sapere cosa ne pensate voi che in questo momento state leggendo. Io ho provato, ragionando con me stesso, a farmene un’idea. Probabilmente incompleta e forse approssimativa. Posso però assicurarvi sin da ora che non sono riuscito a rispondere alle diverse domande.
Una prima ipotesi è legata al Super Io normativo e regolatore di come ci si deve comportare.
Insomma, è come se fuori dall’Italia ci sentissimo in dovere di avere comportamenti basati su una specie di galateo cosmopolita, per il quale è necessario abbassare la voce, non esprimere con forza le proprie emozioni, ed evidentemente cercare di non far riconoscere la nazionalità di provenienza, con l’uso approssimativo dell’inglese e, se non lo conosciamo, ancora una volta è considerato sconveniente gesticolare, cosa per la quale siamo famosi nel mondo.
Insieme alla questione del “galateo” c’è una dinamica di rapporti familiari, secondo cui in casa propria ci si comporta in un modo, ma quando si esce fuori valgono altre regole, tra queste la dominante è quella di offrire al prossimo una versione idealizzata di noi stessi: curiosi, educati, aperti… Quindi meglio fuggire i connazionali verso i quali nutro il pregiudizio che essi non siano né curiosi, né educati, né aperti! Che gentaccia questi italiani! Cioè, noi ma non io.
Ci sdoppiamo in una versione migliore di noi stessi all’estero, dietro questo caso curioso di conflitto di identità, potrebbe esserci una questione storica di lungo periodo e un’altra di carattere culturale. La prima è che siamo stati un popolo di migranti, di gente che è stata costretta in passato a spostarsi fuori dai confini nazionali per vivere, un’immagine per lo più rimossa, perché richiama la fatica, la povertà, la criminalità. Non è facile digerire tutto questo e chissà che sentendoci parlare in italiano non ci riconoscano come appartenenti a quella schiatta, quella parte di noi che non vogliamo riconoscere. Poi volgendo lo sguardo indietro nel tempo dobbiamo ammettere di essere stati fascisti, non è certo una bella eredità, anche se oggi…
Qualche volta mi è capitato di scambiare qualche parola con italiani incontrati all’estero, mentre facevo la fila per entrare in un museo, o in attesa del mio turno per entrare in qualche altro luogo, e lì la vicinanza diventa pericolosa.
La connessione è rapida, si entra subito in clima italian way, si spara qualche giudizio sul posto dove siamo stati a voce bassa, con un sorriso abbozzato di circostanza, ovviamente si cerca di parlare un italiano senza accenti regionali; però il contatto rimane veloce, si cerca per quanto possibile di perdersi di vista il prima possibile, quanto più l’interlocutore vuole dilungarsi tanto più si cerca si smorzare le risposte, fino a non rispondere proprio, a lasciar vagare nell’aria muta l’espressione del viso, con gli occhi che si sconnettono dalle persone davanti a noi, e il resto viene facile con l’approssimarsi della fine della fila.
C’è forse una questione culturale? Mi spiego. Gli altri sono considerati da noi italiani avanti, dal punto di vista delle virtù civiche e per tante altre cose. La modernità, ci hanno spiegato, è arrivata da noi tardi e si è compiuta di corsa, in tempi stretti, con conseguenze che ancora oggi soffriamo. Questo processo lo abbiamo in parte subito, ci siamo talvolta sentiti nella condizione di chi vorrei ma non posso, generando per il mancato raggiungimento di questo status moderno un senso di colpa, come se mancassimo di qualcosa di fronte al mondo dato per forza di cose migliore del nostro. Una colpa ed una vergogna nei confronti di quei paesi d’oltralpe che incarnano il meglio in servizi e tutto il resto. Poi se dobbiamo considerare in paesi scandinavi non abbiamo altra possibilità che chinare la testa e cospargerci il capo di cenere, lì sì che si vive bene!
E le vostre esperienze di incontri italiani alieni all’estero come sono andati? Be’ per chi volesse condividere le proprie esperienze può commentare questo pezzo sui social e nel sito di RomaReport o scrivere a questo indirizzo mail: info@romareport.it .
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Le immagini che corredano questo post sono state create con un’app di intelligenza artificiale
