10 Febbraio 2026

Kebab alla viterbese

La strana storia della silenziosa presenza nella tranquilla e defilata Tuscia della mafia turca. Un intrigo internazionale, fatto di omicidi, traffici illeciti, scontri fra organizzazioni criminali, che dura da circa un decennio.

Qualcuno di voi ricorderà certamente la curiosa e inquietante vicenda dei presunti terroristi turchi, fermati a Viterbo lo scorso 3 settembre, in occasione dei festeggiamenti per il trasporto della macchina di Santa Rosa. Scoperti in possesso di armi da guerra, in un bed and breakfast del capoluogo della Tuscia, i due arrestati, secondo i principali media italiani, avrebbero voluto compiere un attentato fra la folla riunita per la festa patronale; o addirittura rapire il ministro Antonio Tajani, proprio quel giorno era in visita a Viterbo.

Ben presto, però, quelle suggestive ipotesi si sono sciolte come neve al sole. La presenza dei due a Viterbo non era legata infatti ad alcun attentato o rapimento di ministri, ma semmai al rapporto con un boss della mafia turca, Baris Boyun, arrestato nel viterbese un anno fa e in lotta con il boss di un clan rivale, Ismail Atiz, anch’egli arrestato in Tuscia nell’agosto scorso. I presunti “terroristi” fermati nel giorno di Santa Rosa, pare dunque fossero giunti in Italia non per creare terrore fra la folla, bensì per un regolamento di conti fra clan.

Di questo strano intrigo avevamo già parlato in un post pubblicato a ridosso di quei fatti.

LEGGI IL PRECEDENTE POST SUGLI ARRESTI DI VITERBO

Qualcuno si sta chiedendo il perché di tutta questa concentrazione di mafiosi turchi proprio nel viterbese. Ciò che non tutti sanno è che questi arresti sono solo la punta di un iceberg, rispetto a un’inchiesta che coinvolge tutta la Penisola, con decine e decine di arresti di malviventi turchi compiuti dal 2023 a oggi, dei quali circa la metà avvenuta proprio in Tuscia. Una vicenda di cui i media hanno parlato sinora molto poco, nonostante la sua indubbia rilevanza. E che però sembra uscita da un romanzo di John Le Carré o di Ken Follet, con depistaggi, coperture politiche, doppi giochi, legami e lotte fra organizzazioni criminali, traffici illeciti, omicidi su commissione. Al centro dei quali in questi anni è stato il più insospettabile dei territori, quello che nessuno assocerebbe a una vicenda fatta di traffici internazionali, omicidi e spie: la provincia di Viterbo.

Baris Boyun

L’ARRIVO DEI PRIMI “KEBABBARI”

Per capire come stanno le cose, occorre fare un salto indietro di una decina d’anni, quando cioè si segnalano i primi insediamenti di cittadini turchi fra Vetralla, Tuscania, Nepi, Viterbo e altri Comuni della Tuscia. Si tratta di singoli individui o di singole famiglie, dunque non c’è nessun arrivo di vere e propria comunità straniere, cosa che avrebbe dato nell’occhio e destato allarmi e malumori. Gente tranquilla, riservata, gentile e che s’inserisce senza particolari problemi in zona, anche grazie all’apertura della più classica e insospettabile delle attività svolte da chi proviene dalla Turchia: un negozio di kebab – anzi di “kebap”, come si direbbe in turco, mentre “kebab” con la b finale è la dicitura araba – come quello che viene aperto, per esempio, a Vetralla.

In realtà negli stessi anni, qualcosa di analogo – con arrivi di turchi giunti sempre a piccoli scaglioni, senza dare nell’occhio – sta avvenendo, un po’ a macchia di leopardo, in diverse zone d’Italia: da Milano a Rimini, dalla Calabria a Como, da Verona alla Sicilia. Nulla di appariscente: secondo gli investigatori, però, si tratta di una scelta precisa della mafia turca, interessata a stabilirsi in Italia. Perché proprio l’Italia, visto che i loro traffici sembrano concentrarsi, oltre che in Turchia, in zone come i Balcani, la Germania, la Spagna, la Svizzera, l’Olanda, insomma un po’ in tutta Europa, tranne che nel Belpaese? L’ipotesi più probabile è che l’Italia venga scelta proprio perché lontana dalle rotte dei principali affari e dunque un possibile rifugio tranquillo, poco in vista, una base segreta e defilata da cui operare, magari godendo anche delle coperture di qualche organizzazione nostrana.

 

BOYUN E I SUOI “DALTON”

Tra i turchi che raggiungono l’Italia c’è anche un elemento di spicco della mafia di Istanbul, il già citato Baris Boyun, per anni delfino del boss Bilal Yaman, con cui si è occupato di traffico di armi e di droga. Boss dal quale, però, nel 2018, Boyun si allontana per fondare un proprio gruppo, denominato “i Dalton”, che prende il nome da una banda di simpatici criminali dei fumetti. La scissione provoca numerosi contraccolpi e una serie di sanguinose lotte fra bande che scuotono la Turchia.

Boyun è un uomo molto ambizioso e, oltre a tentare la scalata nel mondo dei traffici illeciti, ha anche importanti mire politiche. Che esista un forte legame fra alcune frange della politica turca – incluso il partito di Erdogan, l’AKP – e alcuni gruppi criminali, è stato evidenziato da uno dei massimi esperti di criminalità turca come Tymur Soykan: “Le organizzazioni criminali non potrebbero crescere senza un valido legame con la politica e con la polizia. Questo vale anche per Baris Boyun. Infatti, in alcune sue operazioni di traffico è stato identificato il coinvolgimento della polizia turca”, ha spiegato Soykan.

Boyun cerca d’inserirsi in questi giochi, ma per farlo finisce forse per pestare i piedi a qualcuno d’importante, vicino al governo turco. Decide allora, all’improvviso, di cambiare aria, almeno per un po’ di tempo, e lascia la Turchia, pensando di poter comunque continuare a dirigere i propri traffici, da lontano e con meno rischi.

Dopo varie peregrinazioni, il boss turco giunge in Italia. È dal nostro paese che pare abbia cominciato a guidare diverse importanti operazioni criminali internazionali, realizzate negli ultimi anni: un tentativo di attentato a una fabbrica turca, un omicidio avvenuto a Berlino, un altro avvenuto in Spagna, oltre ai traffici di armi, di migranti e di droga dai Balcani.

 

LA RICHIESTA
DI ESTRADIZIONE
E I PRIMI ARRESTI

Nel 2022 arriva in Italia dalla Turchia una richiesta di estradizione nei confronti di Boyun: indicato come pericoloso criminale, viene individuato e bloccato a Rimini. Al momento dell’arresto, però, c’è un primo colpo di scena. L’uomo dichiara infatti di essere curdo, asserisce di essere un perseguitato politico preso di mira per motivi ideologici da parte del governo turco e oltre a respingere ogni addebito chiede di ottenere lo status di rifugiato.

La procura di Bologna, che deve esaminare il caso, rifiuta di concedere l’estradizione “per l’assenza di garanzie di rispetto in Turchia dei diritti fondamentali della persona e per il rischio di trattamenti degradanti nelle carceri turche”.

Dopo la mancata estradizione, Boyun si trasferisce in Calabria e va a vivere a Crotone. Nel frattempo, però, le forze dell’ordine italiane, insospettite da tutta la vicenda, hanno cominciato a intercettare i suoi movimenti e le sue conversazioni. Gli inquirenti iniziano così a capire che, dalla sua abitazione calabrese, Boyun gestisce e coordina traffici in Turchia e in mezza Europa. Un’attività che gli crea numerose inimicizie nel modo criminale, al punto che, a Crotone, Boyun finisce per subire un attentato in cui rimane illeso per miracolo.

Nel frattempo – grazie anche alle indicazioni fornite dalle intercettazioni, che Boyun subisce a sua insaputa – alcuni suoi collaboratori vengono fermati a Chiasso, alla frontiera con la Svizzera. Nella loro auto vengono trovate numerose armi e giubbotti antiproiettile. Gli uomini vengono fermati e portati in questura. Sono questi i primi di una lunga serie di arresti che, tra il 2023 e oggi, porterà in carcere una trentina di persone accusate di essere legate alla mafia turca in Italia.

 

IL TRASFERIMENTO DI BOYUN A VITERBO

Dopo l’attentato a Crotone, Boyun si sposta di nuovo. È in questo momento che il boss fa la sua comparsa nel viterbese, per la precisione a Bagnaia – una frazione del Comune di Viterbo – dove prende la residenza. Ed è proprio in questa fase che inizia a registrarsi una concentrazione sempre più grande e sempre più sospetta di cittadini turchi nel territorio della Tuscia.

Perché viene scelto proprio il viterbese? L’ipotesi forse più verosimile, è che i primi turchi giunti anni prima nella zona – fra cui il “kebabbaro” di Vetralla citato all’inizio – ritengano l’area perfetta per poter operare in tranquillità: defilata e tranquilla, ma al tempo stesso non distante da Roma e dall’aeroporto di Fiumicino, nonché – attraverso i monti della Tolfa – dal porto di Civitavecchia. Tutti luoghi strategici, da cui far partire e far arrivare i diversi traffici internazionali, leciti e illeciti, curati dal clan.

La Tuscia, inoltre, è zona ancora molto verde e selvaggia, ricca di boschi, con una fitta rete di stradine di campagna, lontane dalle vie di grande scorrimento, eppure capaci di condurre un po’ ovunque. Si tratta di caratteristiche ideali per realizzare eventuali incontri clandestini.

 

IL BLITZ DEL 23 MAGGIO 2024

Grazie alle informazioni ottenute intercettando i dialoghi e le mosse di Boyun, il 23 maggio del 2024 scatta un grande e inatteso blitz delle forze dell’ordine, ramificato su tutto il territorio nazionale, oltre che in Svizzera. L’operazione porta all’arresto di una ventina di persone di cui circa la metà residenti nel viterbese. Fra di loro c’è anche il titolare del già citato negozio di kebab di Vetralla e lo stesso Baris Boyun.

Fra gli arrestati c’è anche un italiano, l’unico non turco colpito dal blitz: il viterbese Giorgio Meschini, accusato di aver dato “contributi di sicuro effetto agevolatorio della vita dell’associazione – come scrivono gli inquirenti – consentendole di recuperare soldi e armi da utilizzare per la protezione di Boyun e per assicurarne la libertà, nonché di mantenere altri sodali in libertà. Il valore aggiunto di Meschini è certamente la conoscenza della lingua e del territorio”.
L’arsenale del gruppo criminale viene ritrovato, durante il blitz, proprio a Vetralla, e comprende mitragliatrici, bombe a mano, più altre armi da guerra e di grosso calibro.

 

L’ARRIVO IN TUSCIA DEL CLAN RIVALE

Ma il blitz del maggio non segna affatto la fine alla presenza della mafia turca in Italia e nel viterbese. La presenza di altri criminali turchi viene ben presto segnalata in vari luoghi della Penisola. A febbraio 2025 viene arrestato a Milano il cognato di Boyun, accusato di essere un suo luogotenente: Efe Kantin. Nell’estate di quest’anno, fa poi la sua comparsa in Tuscia un altro pezzo da novanta della mafia di Istanbul, tale Ismail Atiz, colpito da un ordine di cattura internazionale e perciò fermato a Viterbo dalla polizia italiana, per venire rinchiuso nel carcere cittadino.

Che ci faceva Atiz nel viterbese, visto che la cellula turca della Tuscia era stata sgominata dalle forze dell’ordine un anno prima? L’uomo fa parte di un clan rivale rispetto ai Dalton di Boyun. Il suo gruppo si chiama “Casper”, come il fantasmino dell’omonimo film degli anni Novanta. La modalità operativa dei Casper è proprio quella di comportarsi come dei fantasmi: apparire all’improvviso e poi scomparire nel nulla, senza lasciare traccia, ovunque essi operino. Fra i Casper e i Dalton è da anni guerra aperta e senza esclusione di colpi. Una guerra che ora, forse, potrebbe avere come nuovo terreno di scontro proprio l’Italia.

 

I TURCHI ALLA FESTA DI SANTA ROSA

Arriviamo così al 3 settembre del 2025, il giorno più importante dell’anno per i viterbesi. Quel giorno si festeggia infatti la patrona Santa Rosa e centinaia di “facchini”, nel buio completo della città – per la manifestazione religiosa viene spenta tutta l’illuminazione stradale – devono trasportare a spalla, per alcuni chilometri, la macchina della Santa: un’enorme struttura, alta una trentina di metri e dal peso di varie tonnellate, realizzata in onore della patrona.

È una tradizione antica di otto secoli, che si ripete ogni anno identica a se stessa. In città l’eccitazione per l’imminente evento è palpabile. Quest’anno, poi, è venuto in visita anche il ministro degli esteri Antonio Tajani, attratto dal fascino di questa manifestazione popolare, a metà fra il religioso e il profano, riconosciuta da anni anche come patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco.

Poco prima dell’inizio del trasporto arriva però un annuncio che sconvolge i cittadini di Viterbo, anche i meno devoti e tradizionalisti: quest’anno le luci della città resteranno accese durante tutta la traslazione della macchina, una decisone che non si era mai verificata in ottocento anni. L’annuncio appare qualcosa di sacrilego, uno schiaffo alla tradizione, di cui non si comprendono le ragioni, visto che sul momento si parla solo di vaghi “motivi di ordine pubblico”.

In realtà, poche ore prima, in un bed and breakfast cittadino, erano stati fermati due ventenni turchi che nascondono nella loro stanza un vero e proprio arsenale. Il forte sospetto è che a Viterbo si stesse preparando un grande attentato fra la folla radunatasi per il trasporto di Santa Rosa, o addirittura il rapimento del ministro Tajani. Il timore ha imposto dunque la necessità di rompere l’antica tradizione e di lasciare accese le luci cittadine, per poter controllare i movimenti di chiunque fosse presente alla manifestazione.

 

La Macchina di Santa Rosa Dies Natalis del 2024 (dal sito web della Macchina di Santa Rosa)

LA GUERRA FRA I CASPER E I DALTON

Ben presto, però, si scoprirà che quella sera a Viterbo non erano in programma né attentati né rapimenti. La presenza dei due turchi armati fino ai denti è solo un nuovo episodio della guerra in corso fra la banda dei Dalton e quella dei Casper.

Inizialmente, credendo erroneamente che Boyun fosse agli arresti domiciliari a Bagnaia, alcuni media parlano del probabile progetto di liberare il boss con un blitz armato, approfittando della confusione dovuta alla festa. Ma il criminale turco non è più da tempo ai domiciliari nel suo appartamento di Bagnaia, essendo stato trasferito e messo in regime di carcere duro ai sensi dell’articolo 41 bis. Chi invece è ancora detenuto a Viterbo è Ismail Atiz. Tra l’altro, nei giorni immediatamente successivi alla festa di Santa Rosa, per Atiz sarebbe stato previsto un trasferimento dal carcere al tribunale viterbese. Quale occasione migliore, da parte dei seguaci di Boyun, per provare a rapirlo o a farlo fuori durante quel trasferimento?

La presenza dei due turchi nel bed and breakfast viterbese sarebbe dunque solo un ulteriore tassello di quella guerra, senza quartiere e senza confine, fra il clan di Boyun e il gruppo di Atiz, entrambi interessati, con ogni probabilità, a controllare e a presidiare stabilmente il territorio viterbese.

 

ITALIANI E TURCHI: FRA MAFIA E POLITICA INTERNAZIONALE

Con gli arresti del 3 settembre 2025, la lunga vicenda della presenza turca in Tuscia potrebbe finalmente dirsi definitivamente conclusa. Del resto, la zona è finita sotto i riflettori degli inquirenti e dei media e dunque, oggi meno facilmente potrà essere considerata come il terreno perfetto da cui gestire traffici illegali. Ma alcuni dettagli risultano a tutt’oggi poco chiari e restano aperti alcuni interrogativi. Per esempio, subito dopo gli arresti avvenuti nel giorno di Santa Rosa, si erano diffuse voci sulla presenza di un terzo turco presente nel bed and breakfast viterbese, riuscito però a scappare. La voce però non è mai stata confermata, né smentita.

C’è poi da considerare che la situazione geopolitica e quella dei traffici criminali in Europa e nel Mediterraneo non esclude anche in futuro degli ulteriori contatti e scambi – leciti e illeciti – fra Italia e Turchia. Si tratta di due paesi con organizzazioni criminali ben strutturate, ramificate, interessate anche ai traffici di immigrati, con una vocazione al controllo dei territori e a ottenere entrature nel mondo politico.

Per adesso, dunque, la complicata vicenda della mafia turca nel viterbese sembra aver trovato un epilogo. Ma non si escludono sequel.

 

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