Dall’iconico trampolino disegnato da Luigi Nervi al degrado: viaggio sentimentale tra le rovine dello stabilimento che ha segnato un’epoca, dove il passato resiste all’abbandono e all’indifferenza.

Entriamo arrivando dalla spiaggia. Bice l’ho dovuta supplicare di rinfilarsi nel guinzaglio. Non è abituata a stare legata quando siamo al mare, al suo mare, al nostro mare. Lei qui c’è cresciuta come me e abbiamo un patto indissolubile: in spiaggia si sta libere! Ma non mi fido, temo possa ferirsi tra vetri rotti e pattume di ogni genere.
Il degrado che scorgiamo mi ferisce lo sguardo. Intravedo una scala usata come ariete per aprirsi un varco nella vetrata di quello che era il bar. Un inutile gesto di vandalismo, considerando che ormai ogni porta è rotta. Né io né Simona ci ricordiamo dove sia esattamente l’ingresso ma procediamo guardandoci le spalle. Il cancello è aperto e comincio a fremere emozionata. Non so davvero da quanti anni non entro qui. Saliamo le scale facendo attenzione ai detriti e in cima finalmente ci troviamo sul bordo della piscina del Kursaal. Le gradinate sembrano in ordine, qualche erbaccia e alcune maioliche staccate, ma sono lì in attesa di ammirare un tuffo che purtroppo non ci sarà. Un gabbiano sguazza in solitaria nella melma sul fondo della vasca. Due piccioni lo ammirano da lontano. Una coppia sta scattando foto dal lato opposto del trampolino. Mimano gesti come se potessero tenere su quel monumento con la sola forza delle braccia. Vorrei fosse davvero così.
Mi avvicino alle scalette seguendo il filo dei miei ricordi. Avrò avuto 14 anni ed ero in un branco di adolescenti. Decidiamo di andare a tuffarci tutti insieme. Salgo la scaletta fino a metà. Mi porto sul bordo del trampolino di mezzo. Guardo giù. Realizzo improvvisamente che ad attendermi c’è una lastra di acqua. Colta da improvviso ripensamento, che potremmo chiamare anche panico o spirito di sopravvivenza, giro i tacchi e torno giù usando le stesse scalette gremite da cui ero salita. Mi lascio maltrattare da tutte le persone in fila costrette a scostarsi per consentirmi di mettermi in salvo. Io una roba che non lascia spazio al ripensamento non posso proprio accettarla dal punto di vista culturale! Rido con Simona della mia prima figura di merda epocale che ha dato il via a quella che potrei chiamare ormai un’attitudine.
Lei, che non è nata ad Ostia, ma che da questo quartiere si è lasciata adottare, ricorda di quando ci portava un suo utente del primo servizio per l’integrazione e il sostegno ai minori in famiglia. Sì lo so il “sociale” ha inventato un acronimo per tutto questo e per molto altro ancora, ma tutte queste abbreviazioni incomprensibili al di fuori dei Servizi Sociali non le gradisco! È stata la prima educatrice di questo pezzetto di Roma vista mare e portare i ragazzi a spasso nelle nostre piccoli e grandi meraviglie, era uno degli strumenti educativi. Si chiede se quel ragazzo, che ormai è un uomo, se lo ricorderà. Io le rammento che per quel ragazzo lì, lei è stata l’unica occasione per avere accanto qualcuno che si dedicasse a lui e a tenerlo d’occhio quando spiccava in volo.

Giriamo intorno alla struttura coperta dai segni della più totale incuria. Appare un animale ferito e stremato ma che resiste al sole, alla salsedine e ancor di più all’indifferenza. Camminiamo lungo la piscina e mi metto a considerare con Simona su come mai il trampolino non guardi il mare. Immagino l’esaltazione di un salto, che non ho mai saputo compiere, puntando verso un cielo che si tuffa in acqua insieme a te. Simona azzarda una serie di ipotesi, io guardo online e la tesi più accreditata è che il trampolino fu messo lì, rivolto verso la strada, per essere ammirato dal resto della città. Ora provo ancora più tristezza sapendolo lì per un’intera eterna città indifferente.
Nonostante sia l’imponente emblema di una delle mie tante fobie gli sono grata. Vederlo mi fa sorridere della mia adolescenza e commuovere per la mia età adulta. È qui che ho scattato una delle foto a cui più sono affezionata e che ha trovato il medesimo affetto in molte persone. La figura esile che salta nel vuoto, accompagnata dallo sguardo di quella presenza nell’angolo, ha significato molto. In quel preciso momento stavo perdendo la mia figura nell’angolo, che è sempre rimasta fissa su di me, nei miei troppi salti spiccati con eccessiva leggerezza. Ritrovarla in quel momento su quel trampolino l’ho sempre considerato un dono del caso e amo restituirla in dono tutte le volte che posso.
Bice ormai tira il guinzaglio irrequieta verso il bordo della piscina. Nel timore di dovermi al dunque tuffare in quella vasca ormai vuota decido di uscire. Ci lasciamo il trampolino, il gabbiano, due piccioni e tutti i nostri ricordi alle nostre spalle. Procedendo di nuovo verso il mare, verso dove quel trampolino non sa guardare, mi chiedo se non ci sia davvero nulla che si possa fare per smettere di darci le spalle e ricominciare a guardarcele.
