Nella notte tra il 19 e il 20 marzo un’esplosione ha ucciso Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano in un casolare abbandonato del Parco degli Acquedotti a Roma. Gli investigatori ipotizzano una bomba artigianale esplosa accidentalmente. I fatti accertati sono pochi. Le ricostruzioni già compiute — obiettivi, mandanti, connessioni — sono molte.

Nella notte tra giovedì 19 e venerdì 20 marzo un’esplosione ha fatto crollare il tetto di un casale abbandonato all’interno del Parco degli Acquedotti, nel VII municipio di Roma. L’allarme però è scattato solo la mattina successiva, quando un runner che stava attraversando il parco ha notato il crollo e uno dei corpi tra le macerie, chiamando i soccorsi.
Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco e forze dell’ordine, che hanno poi recuperato due cadaveri.
Le vittime sono Sara Ardizzone, 35 anni, romana, e Alessandro Mercogliano, 53 anni, originario di Nola, soprannominato Sandrone. Erano una coppia. Ardizzone aveva lavorato come assistente sociale in Umbria prima di trasferirsi a Roma. L’identificazione è avvenuta attraverso i tatuaggi.
Cosa è accertato
Secondo una prima ipotesi degli investigatori, l’esplosione potrebbe essere stata causata dallo scoppio accidentale di un ordigno artigianale mentre veniva maneggiato o preparato. La dinamica precisa resta però da chiarire e sarà oggetto degli accertamenti tecnici e dell’autopsia. Uno dei corpi presentava una mutilazione a un arto compatibile con la manipolazione di esplosivo. Gli investigatori hanno stabilito che i due erano arrivati al casolare quella sera: non ci sono tracce di presenze nei giorni precedenti.
La Procura di Roma ha aperto un fascicolo senza indagati, coordinato dal pool antiterrorismo. È stata disposta l’autopsia. La Digos, secondo i media, ha effettuato cinque perquisizioni in ambienti vicini alla cosiddetta “galassia anarchica”: il materiale sequestrato è al vaglio, ma al momento non risulterebbe attinente all’episodio. Due persone sono state ascoltate, senza risultare collegate all’accaduto.
Entrambe le vittime avevano un passato giudiziario legato all’anarchismo. Mercogliano era stato coinvolto in un procedimento giudiziario legato alla galassia anarchica, conclusosi in appello con l’assoluzione. Ardizzone era stata prosciolta lo scorso anno nell’inchiesta Sibilla, in cui era accusata di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo.
Cosa non è accertato
Nei giorni successivi all’esplosione, alcuni media hanno indicato possibili obiettivi dell’ordigno in preparazione: la rete ferroviaria, il gruppo Leonardo, azioni legate alla scadenza del regime di 41-bis di Alfredo Cospito a maggio. Sono ipotesi investigative, riferite dai giornali, non fatti verificati. Al momento non esiste alcuna prova pubblica che colleghi l’episodio a un obiettivo specifico. Vale la pena notarlo, perché la distanza tra i fatti accertati e le ricostruzioni già circolate è considerevole.
La battaglia sul significato
Gianluca Cicinelli, su Diogene Notizie, ha osservato che attorno a questo episodio si stanno combattendo due battaglie parallele, entrambe premature. Da un lato il dispositivo dello Stato (antiterrorismo, perquisizioni, ricostruzione della dinamica). Dall’altro una risposta già organizzata in ambienti anarchici: comunicati, testi di solidarietà, siti d’area che inquadrano l’episodio dentro una grammatica di guerra sociale e repressione, definendo i due morti come “caduti in azione”.
Il punto, scrive Cicinelli, è lo spazio tra questi due poli: l’indagine non è chiusa, i fatti non sono tutti chiari, ma la battaglia per stabilire cosa quell’episodio significhi è già cominciata. L’evento cade in un momento non neutro: era già in corso una mobilitazione per Cospito e la scadenza del 41-bis, con appuntamenti pubblici fissati per aprile a Roma. Questo non stabilisce alcun nesso operativo. Ma segnala che le macerie del Casale del Sellaretto sono già diventate materia di contesa politica prima ancora che l’indagine faccia il suo corso.
