Energia, inflazione, spesa militare: il conflitto in Medio Oriente rischia di spingere milioni di persone sotto la soglia di povertà 600mila-4 milioni di persone in Italia e 4-18 milioni in Europa.

C’è una crisi dentro la crisi. Prima ancora che le prime navi da guerra si muovessero nel Golfo, l’Europa contava già i suoi poveri energetici: 2,4 milioni di famiglie in Italia che nel 2024 non riuscivano a pagare le bollette — il dato più alto dall’inizio delle serie storiche, secondo l’Osservatorio Italiano Povertà Energetica. In tutta l’Unione, quasi un europeo su dieci non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa. Poi è arrivata la guerra.
Uno shock che si aggiunge a uno shock
I prezzi spot del gas in Europa hanno toccato i 45–60 €/MWh nei primi giorni della crisi. Se il conflitto dovesse stabilizzare il Brent intorno ai 100 dollari al barile, l’inflazione nell’area euro potrebbe risalire sopra il 3%. Per l’Italia il rischio è ancora più acuto: fino a un punto percentuale aggiuntivo rispetto alle previsioni pre-conflitto, per via della dipendenza strutturale dalle importazioni energetiche e del peso del gas nel nostro sistema produttivo.
Non sono proiezioni teoriche. Le analisi del Joint Research Centre della Commissione europea mostrano con chiarezza che gli shock energetici e inflazionistici colpiscono in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito. Applicando queste dinamiche ai dati Eurostat, la stima è brutale: tra 4 e 18 milioni di persone in più a rischio povertà nell’intera Unione Europea. In Italia, tra 600mila e 4 milioni di persone in più rispetto ai 13,5 milioni già oggi in quella condizione. Di cui quasi 6 milioni in povertà assoluta, oltre un milione dei quali minorenni.
Le famiglie povere subiscono questo tipo di crisi due volte: spendono una quota proporzionalmente molto più alta del proprio reddito in energia e cibo, e non hanno riserve per ammortizzare i rincari. Quando i prezzi salgono, non tagliano il superfluo: non ce l’hanno. Tagliano il necessario.
Il secondo canale: le armi al posto dei servizi
C’è un effetto meno visibile ma altrettanto pesante: lo spostamento delle risorse pubbliche verso la spesa militare. I bilanci degli Stati membri europei stanno aumentando le allocazioni per la difesa. Ogni euro destinato agli armamenti è un euro che non va ai servizi sociali, alla sanità territoriale, alle politiche di contrasto alla povertà.
L’Unione Europea si era impegnata a ridurre di 15 milioni il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale entro il 2030. Ma tra il 2019 e il 2024 meno di un milione di persone ha superato quella soglia. L’obiettivo era già quasi irraggiungibile. Con questa guerra, rischia di diventarlo del tutto.
Le richieste
A sollevare l’allarme è il CILAP, Collegamento Italiano per la Lotta alla Povertà, che chiede ai governi europei e al governo italiano misure immediate: estensione e rafforzamento dei bonus energetici con procedure di accesso semplificate, blocco degli aumenti tariffari per le utenze delle famiglie in povertà assoluta, protezione dei fondi per il contrasto alla deprivazione materiale da qualsiasi taglio legato all’aumento delle spese militari. E soprattutto un piano europeo coordinato di sostegno ai redditi più bassi, che non lasci soli i paesi strutturalmente più esposti agli shock energetici: Italia, Grecia, Portogallo, Bulgaria.
Il dato politico di fondo è in un sondaggio Eurobarometro del dicembre 2025: il 38% degli europei chiede una protezione più forte per i consumatori vulnerabili in condizioni di povertà energetica. Il tema è noto, è condiviso, è atteso. Manca la risposta.
