Dalla filiera corta di Centocelle alle giurie di bambini che giudicano i piatti: la mensa scolastica romana è un sistema da 150 milioni di euro che punta su qualità, territorio ed educazione alimentare. A dirlo è anche il Rating di Foodinsider, che da dieci anni classifica le mense italiane e ha scelto Roma per il suo quarto Summit nazionale.
Centocinquantamila pasti al giorno, oltre 24,5 milioni l’anno, 700 plessi con cucine interne, 4.000 lavoratori e una spesa complessiva che supera i 150 milioni di euro: i numeri della ristorazione scolastica romana sono quelli di una vera e propria industria, distribuita su quindici municipi con menù differenziati. «I menù differenziati tra i 15 municipi hanno un forte impatto sul mercato del cibo, un settore economicamente molto rilevante a Roma», sottolinea Claudia Pratelli, assessora alla Scuola del Comune di Roma Capitale.
È in questo contesto che il 22 aprile si è tenuto nella Capitale il quarto Summit della mensa scolastica, organizzato da Foodinsider – l’organizzazione che da dieci anni monitora e classifica la qualità della ristorazione scolastica italiana – in collaborazione proprio con l’Assessorato alla Scuola di Roma Capitale e con il Municipio V. L’evento, che si è svolto presso il cinema Broadway, ha coinciso con il decimo anniversario del Rating dei menù scolastici di Foodinsider, la classifica che analizza i menù invernali di circa 60 grandi Comuni italiani – pari a circa 500.000 pasti al giorno – assegnando un punteggio che tiene conto di qualità delle materie prime, stagionalità, filiera, equilibrio nutrizionale, educazione alimentare, impatto ambientale e riduzione degli sprechi.
Il podio di quest’anno ha visto Parma al primo posto, Cremona al secondo e Fano al terzo. Cremona è stata premiata nella categoria “mensa top” per un menù che riflette una visione educativa, sostenibile e radicata nel territorio. Fano, che vanta già il titolo di Mensa biologica d’eccellenza conferito dal Ministero dell’Agricoltura, consolida con questo terzo posto un percorso di eccellenza già riconosciuto a livello nazionale.
Numerosi anche i premi speciali assegnati nella stessa occasione. Siena ha ricevuto un riconoscimento per il percorso di miglioramento della ristorazione scolastica attraverso il programma Sostenibilmense, che ha coinvolto 22 Comuni della provincia con il supporto della Fondazione MPS e di ANCI Toscana. Bagno a Ripoli (Firenze) è stata premiata come modello di ristorazione scolastica che valorizza concretamente il legame tra mensa, territorio e comunità agricola locale: un esempio che include olio 100% prodotto con le olive delle aziende del territorio e visite regolari degli alunni nelle aziende agricole fornitrici. Prenmiati anche il Comune di Roma per l’innovazione, quello di Torino per aver ridotto l’impatto ambientale, quello di Carloforte (Cagliari) per il progetto di filiera corta Mensarda, quello di Bologna per il sistema di prevenzione e gestione degli scarti. Andisu (l’associazione nazionale degli enti per il diritto allo studio) ha ricevuto un riconoscimento per il contributo alla promozione della mensa universitaria sostenibile, con particolare riferimento alla pubblicazione delle nuove linee guida per la ristorazione universitaria. L’ente per il sostegno allo studio universitario in Toscana, Dsu, ha ottenuto il riconoscimento per l’impegno sulla transizione ecologica nella gestione delle mense.

Roma, pur non figurando in cima alla classifica di Food Insider, porta avanti un modello che l’assessora Pratelli difende con convinzione. “La cucina interna è un valore aggiunto in termini di qualità”, dice. “Se si vogliono premiare i modelli virtuosi in termini di qualità e di minimizzazione degli impatti, queste esperienze vanno sostenute, anche a livello nazionale”. Un richiamo diretto a chi governa le politiche scolastiche nazionali, in un momento in cui il tema della refezione scolastica fatica a trovare spazio nelle agende ministeriali.
Il tema più sensibile resta quello degli sprechi. In media, secondo i dati di Foodinsider, i bambini italiani mangiano il 70% del pasto scolastico. Una quota non trascurabile finisce nel cestino, ma il problema, come ricorda la presidente Claudia Paltrinieri, “va risolto insieme a loro”. È una posizione che coincide con quanto sperimentato in alcuni municipi romani: nel Municipio V, quello di Centocelle, circa 2.500 alunni visitano ogni anno le aziende agricole dell’hinterland romano che forniscono il cibo alle mense. “Bisogna dare protagonismo ai bambini anche nelle mense”, dice Cecilia Fannuzza, assessora alla Scuola del Municipio V, convinta che il cambiamento passi dall’esperienza diretta. E in effetti, quando i bambini vengono chiamati a fare da giuria sulla qualità dei piatti, assaggiano, degustano, e sanno da dove viene il cibo e come è stato preparato, quando insomma hanno un ruolo attivo, sono capaci di rinunciare ai pregiudizi: anche quello, duro a morire, che i bambini non mangino le verdure.
C’è poi una dimensione più profonda, che riguarda il significato stesso del pasto scolastico. «Il menù scolastico garantisce una complessità alimentare che invece spesso manca a casa», osserva Fannuzza. Una considerazione che vale doppio in un’epoca in cui le abitudini alimentari familiari si sono impoverite e frammentate. Per questo Pratelli chiede “un ulteriore impegno sul terreno dell’educazione alimentare, non solo per bambini e ragazzi, ma anche per le famiglie”.
