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11 Febbraio 2026

La netflixzzazione della cultura

Il sintomo di un cambiamento che ha valicato la TV e sta permeando tutto. Tutto. Forse pure le relazioni: gente che si mette assieme e fa figli, si sposa, si divorzia, in tre settimane.

Ho inventato una parola: Net-flix-zza-zio-ne.
Quando la pronuncio, tutti fanno la stessa faccia: “E sarebbe?”. E io parto da Netflix, perché ormai ce l’hanno tutti. Parlo di quella scelta infinita di serie, film, documentari. Un catalogo a disposizione: “Guarda tutto, adesso, subito, non fermarti!” Tanto che sento gente vantarsi: “Ho visto le tre stagioni in una notte.” Oppure chiederti se stai sul pezzo e hai visto le ultime, quelle di cui si parla sui threads.

Io ricordo benissimo l’attesa, il sacro appuntamento con la televisione, una puntata a settimana, sono di quella generazione lì, la differenza la noto. Non è solo la dipendenza da binge – non immaginate nemmeno quante volte finisco una serie e scrivo nei gruppi di amici: “Ne voglio un’altra bella uguale, ora subito!” – è il sintomo di un cambiamento che ha valicato la TV e sta permeando tutto. Tutto. Financo le relazioni, vedo gente che si mette assieme e fa figli, si sposa, si divorzia, in tre settimane. Sui dating app si scorre il potenziale partner come su un catalogo, si cerca il “match” istantaneo e si accettano con sempre meno pazienza pregi, difetti e attese.

Prendete l’eperienza di andare per musei, ve la ricordate? Un tempo si stava silenti in contemplazione, ora, fateci caso, le mostre diventano tutte “immersive”, pacchetti sensoriali ad alto impatto, instagrammabili, perfetti per lo scatto da social. La lentezza della meditazione è sostituita dalla quantità di contenuti visti.

La cultura, diciamolo, si sta Netflixizzando, trasformandosi in prodotti veloci, da consumare a raffica.

Un tempo, creare una serie tv era tipo costruire una vera storia d’amore. Arrivavi con una proposta, una sinossi, e poi cominciava il caos sacro: si discuteva, si correggeva, si sbagliava. L’errore non era solo un costo, ma il terreno fertile dove spuntava l’idea geniale.

Un esempio? Nel 1995, David Chase propose alla HBO un film già scritto dove si approcciava il tema mafia con un boss depresso che finiva in terapia. Il produttore, Chris Albrecht, rifiutò il film, perché ci vide dell’altro. “Non è un consumo rapido. È la rivoluzione che va centellinata”. In pratica la rete non acquistò il prodotto, ma l’ossessione di Chase, dandogli il tempo (e i soldi) per sviluppare il concetto e trasformarlo nella narrazione lenta e complessa di The Sopranos. Vi pare possibile adesso? Trent’anni fa si investiva su qualcosa di intangibile, una visione.

Badiamo bene, non dico che si stava meglio quando si stava peggio, ma oggi le piattaforme hanno una domanda sola e non è romantica: “Cosa hai già pronto da consegnare?”. Le idee, se non sono già prodotte, non contano.

Showrunner come Damon Lindelof (quello di Lost, per capirci) raccontano di produzioni che vogliono il concept definito, il cast semi-chiuso, il pacchetto finito. Niente ossessioni di gente che si perde, insomma. Il grande sciopero degli sceneggiatori del 2023 negli Stati Uniti non è stato tanto per il salario, ma per il diritto di costruire, non di assemblare.

Anche in Italia piccole case di produzione sviluppano la serie in autonomia dall’inizio alla fine, presentandosi con progetti già strutturati, pronti all’uso.

Lo abbiamo visto con la musica. Il successo dipende sempre più da brani “usa e getta” rilasciati a raffica (spesso per algoritmi di streaming), a discapito della produzione di album concettuali con cicli di lavorazione lenti, tipo l’ultimo strabiliante disco di Rosalia (di cui parla Fraoggiano qui).

Il risultato è duplice: da una parte, si impoverisce il percorso creativo perché c’è meno confronto. Dall’altra, si aprono strade nuove per le realtà indipendenti. È una democratizzazione o uno snaturamento? Probabilmente entrambe le cose.

L’editoria sta vivendo un movimento quasi identico.

 

Oggi, sarebbe difficile andare da un editore e senza milioni di followers chiedere: ho una bella idea per un romanzo, mi firmi un contratto per scriverla? Eppure, nella vecchia filiera culturale, vi assicuro che era fattibile. Le redazioni si sono alleggerite, mantengono l’ufficio stampa, ma gli editor scompaiono perché non ci sono più le condizioni per farli lavorare davvero.

Sempre più spesso si chiedono libri già rifiniti, già lavorati, già “quasi pubblicabili”.

Attorno a questa richiesta è nata la nuova economia: servizi editoriali esterni, editor freelance, consulenze, ghostwriting. Insomma il rapporto scrittore – editor non si è perduto, la relazione capace di creare sodalizi tipo Raymond Carver – Gordon Lish, si è solo spostata.

Il self-publishing professionale cresce, sempre meno improvvisato. Gli agenti letterari si sono trasformati in veri e propri sviluppatori editoriali.

Il ruolo delle CE invece muta da “curatore” a “gestore”, non si costruisce un libro insieme all’autore, ma si controlla un processo in cui quasi tutto è stato preparato altrove. È come se l’editoria avesse rinunciato alla fase più preziosa del proprio mestiere, ovvero quello di prendere un testo e accompagnarlo verso ciò che può diventare. Non perché non voglia, ma perché non c’è più il tempo né la struttura per farlo accadere.

Ecco perché dico che l’editoria si sta netflixizzando.

 

Questa trasformazione, come dicevamo, ha anche lati luminosi da osservare.

Parliamo di piattaforme come Wattpad o Inkitt, funzionano come laboratori giganteschi, qui le storie vengono già testate con un pubblico e gli scrittori trovano lettori senza passare per la trafila tradizionale, è il talento a parlare per loro.

Lo stesso vale per libri nati come blog, newsletter, Substack, dove le storie possono trovare accoglienza e una comunità attiva. Anche nel mondo delle serie è accaduto qualcosa di simile, contiamo successi globali come Skam, Broadchurch, Fleabag, nati fuori dai grandi meccanismi, portati avanti da autori capaci di costruire un mondo intero prima ancora di bussare a una porta.

Sono storie che convivono con tutto il resto. E ci dicono che la questione non è stabilire se questo modello sia “buono” o “cattivo”. La questione è capire: come cambia il lavoro culturale dentro questa evidente Netflixizzazione?

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