13 Gennaio 2026

La preparazione atletica degli scrittori

Se hai mai pensato agli scrittori come gente seduta su un divano, a fumare e aspettare l’ispirazione, lascia che ti racconti la verità.

[Questo post è stato pubblicato originariamente sul Substack “Questo devi scriverlo”]

Scrivere è un allenamento che richiede, di fatto, una preparazione atletica. Devi prepararti fisicamente a sopportare e trovare un tempo insensato: ossia quello di scrivere un libro, che in fondo, per la maggior parte del mondo, è un mucchio di parole buttate su carta. O su pixel.

Ogni scrittore ha i suoi i riti e le abitudini, anche se poi spesso saltano. Perché, vivaddio, siamo umani. Avete presente quel caffè che fate ogni mattina, sempre nello stesso modo, con la tazza preferita e il piattino che suona come una campana tibetana personale? Ecco, non siete soli. Si narra che persino Agatha Christie avesse il suo rituale del tè impeccabile prima di intingere la penna nel mistero. Non è una questione di capriccio, ma di “istruire” la mente, di dire al cervello: “Eddaiii, è ora. Si comincia.” Un po’ come Hemingway, che all’alba, nel silenzio cristallino, si metteva a scrivere sempre allo stesso tavolo, in una sorta di dichiarazione solenne al giorno che nasceva.

E poi c’è il “prop”, l’oggetto-feticcio, il talismano. Potrebbe essere una vecchia bibbia consunta come quella di Stephen King, un ciondolo portafortuna che Maya Angelou portava con sé persino nelle sue stanze d’albergo, trasformate in rifugi creativi. Sono ancore, piccoli promemoria tangibili di un mondo interiore che sta per esplodere sulla pagina.

Le mie abitudini fisiche e ritmiche: la sinfonia della creazione

Per me, la scrittura ha il sapore salmastro del mare e il profumo dell’estate dopo un temporale, quando l’asfalto bagnato rilascia un odore terroso, quasi selvatico. Scrivo sempre meglio di sera, quando il mondo si acquieta e le ombre si allungano, specialmente d’estate, quando l’aria è densa e il corpo è già provato da una giornata di sole e movimento. C’è qualcosa nel sudare intensamente – dopo una nuotata lunghissima al mattino o una corsa che mi lascia le gambe molli e la mente sgombra – che accende una scintilla. È una stanchezza buona, quella che ti svuota per riempirti di idee e sensazioni.

E poi ci sono i miei vizietti: la Coca Zero, sì, sempre. E qualcosa di croccante da sgranocchiare, arachidi, granola e corn flakes pescati dalla scatola (non imitatemi), un ritmo che scandisce le pause e i pensieri. Ne ho scritto nella postfazione di Bukowski e Babbaluci. Divento quasi una ruminante, la mascella che si muove al ritmo delle parole che prendono forma. E anche se dormo poco e male, e gli appunti si accumulano ovunque, è in questa fase che mi sento più viva.

Questa, direbbero gli studiosi – e sì, la ricerca sull’efficacia della scrittura conferma l’importanza di fasi come il “prewriting” e l’“incubazione creativa”, processi esplorati ampiamente anche da figure come Robert Boice* nei suoi studi sulle abitudini degli scrittori – è la mia fase di prima bozza. Dura circa un mese, e in questo mese… beh, diciamo che gli amici e i fidanzati spariscono. Non rispondo ai messaggi, non calcolo nessuno. È come un ritiro spirituale, un allenamento intensivo per la creatività, un modo per scomparire nel processo, per “allenarmi” alla creazione. Sono lì, con la testa nel mio mondo, senza Wi-Fi, senza distrazioni.

“Allora,” ti ritrovi a dire alla cassiera al supermercato, mentre carichi il carrello di scorte per le lunghe serate che verranno. “Ci vediamo il mese prossimo, forse.” È un mezzo sorriso, una battuta, ma dietro c’è la consapevolezza che stai per chiuderti, per sparire dentro un altro mondo. E stranamente, o forse no, è una sensazione liberatoria, quasi esaltante. Sai che quelle serate, quelle ore di isolamento, saranno le più piene, le più intense. La spesa diventa il rito propiziatorio, la preparazione al tuffo.

 

 

 

Scaramanzia & abitudini consolidate

Non è solo il caffè o l’oggetto portafortuna. È un universo di piccole, personalissime scaramanzie. C’è chi accende candele, chi indossa sempre la stessa felpa “da scrittura”, chi si rifiuta di usare penne diverse. Questi rituali non sono superstizione pura; sono ancore psicologiche, espedienti per ingannare la mente, per farla scivolare in quello stato di grazia, di protezione, di ripetibilità che favorisce il flusso. Sono i mattoni che costruiscono la tua fortezza creativa.

 

Ore di allenamento: le maratone della mente

Quante ore un atleta si allena al giorno? E uno scrittore? Molti autori famosi si chiudono per ore, intere mattine, a volte notti intere. Pensiamo a Stephen King, che macina circa 1.000 parole al giorno, una sorta di esercizio mattutino fisso, quasi una disciplina monastica. Oppure ad Anthony Trollope, un vero stakanovista, capace di sfornare 250 parole ogni 15 minuti per 3 ore, senza deviazioni, senza sosta. E poi c’è Maya Angelou, che si ritirava in hotel dalle 6:30 del mattino fino al primo pomeriggio, trasformando una stanza impersonale nel suo tempio della parola.

Ma il record, probabilmente, lo detiene Balzac, con le sue leggendarie scritture notturne che potevano durare fino a 48 ore consecutive, alimentate da caffè e una volontà di ferro. Non raccomandabile, ma testimonianza di una dedizione quasi folle. A volte penso che questi scrittori non avessero una vita sociale, o forse la loro vita sociale era la scrittura. Non saprei dire quale sia la più triste o la più figa delle due cose.

 

Rituali di autrici/autori famosi: ispirazioni dalle star

 

Se pensiamo ai grandi nomi, scopriamo un caleidoscopio di stranezze e abitudini. Un vero e proprio circo di anime tormentate, ma geniali:

  • Ernest Hemingway scriveva in piedi, all’alba, quasi a voler dominare la pagina con la sua stessa fisicità. Non so, a me viene un crampo alla schiena solo a pensarci.
  • Mark Twain si sdraiava, con il taccuino appoggiato sul petto, in una posa di rilassata contemplazione. Forse il più furbo del gruppo.
  • J.K. Rowling, ai tempi della creazione di Harry Potter, si rifugiava nei caffè, quasi a nutrirsi dell’atmosfera circostante per trovare la magia delle sue parole. Un po’ come se il rumore delle tazzine e delle chiacchiere fosse la sua musa.
  • Haruki Murakami, una vera macchina da guerra: sveglia alle 4 del mattino, 5-6 ore di scrittura, poi corsa o nuoto. E così per mesi, in una routine ferrea che forgiava i suoi mondi. A volte mi chiedo se non sia un cyborg.
  • George Orwell, Lev Tolstoj, Vladimir Nabokov: orari rigorosi, silenzio assoluto, isolamento totale. La parola come un processo sacro, da non contaminare con le bassezze del mondo esterno.
  • E qui in Sicilia, pensiamo a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che trovava ispirazione e luogo di scrittura nei caffè, tra il vociare e l’aroma del caffè, un’altra forma di immersione nel mondo per poi trascenderlo.
  • Per non dimenticare una delle nostre più grandi, Natalia Ginzburg. Non aveva rituali eccentrici o pose da bohémien. Scriveva in modo lucido, essenziale, spesso su un piccolo tavolino da cucina, circondata dalla vita quotidiana. La sua “preparazione atletica” era la sua onestà brutale e la sua capacità di scavare nell’ordinario per trovare l’universale. Non aveva bisogno di castelli solitari o di bibbie antiche, le bastava la vita, così com’era, con le sue imperfezioni. E questo, a volte, è il rituale più potente di tutti. Quanto tempo serve per scrivere un romanzo?
Cioè, quanto tempo perdiamo noi scrittori? Questa è la domanda da un milione di dollari. Non c’è una risposta unica, ma possiamo guardare ai numeri. Se si scrivono circa 700 parole al giorno – un obiettivo raggiungibile per molti, anche con famiglia e lavoro – un primo draft può essere completato in 2-6 mesi. Questa è la magia, o l’agonia, della fase iniziale.

Ma attenzione: quello è solo il primo round. Poi arrivano le revisioni multiple, i lettori beta, gli editor. Il processo si allunga, si complica, si affina. Un romanzo non è una corsa, è una maratona a tappe, con innumerevoli rifornimenti e qualche caduta. A volte sembra di non arrivare mai al traguardo.

 

 

Esiste una formula vincente?

 

 

No. Ed è questa la bellezza. Ogni scrittore è un universo a sé, un ecosistema di abitudini, paure, ispirazioni. Come diceva il grande Bernard Malamud, Premio Pulitzer: “Non c’è un modo. Sei tu. Devi imparare te stessa”.

Non ci sono ricette pronte, formule magiche o algoritmi infallibili. C’è solo la tua ostinazione, la tua curiosità, la tua capacità di ascoltarti. La tua preparazione atletica sarà unica, fatta su misura per te, per il tuo ritmo, per le tue pazzie. E se qualcuno ti guarda strano perché mastichi patatine chips mentre scrivi o perché ti alleni correndo sotto il sole cocente per trovare l’ispirazione, beh, lascialo fare. Che ne sanno loro della vera fatica, quella che ti fa sentire vivo?

E tu, quali sono i tuoi riti? Quali abitudini ti accompagnano nel viaggio della scrittura? Raccontami la tua “preparazione atletica”! Sono qui, e ti ascolto.

 

*Boice, R. (1990). Professors as writers: A self-help guide to productive writing. Stillwater, OK: New Forums Press.

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