L’eredità di Maia Barosso, prima donna funzionario delle Belle Arti di Roma, ci restituisce una sorta di “sinossi” pittorica delle trasformazioni urbanistiche che già dai primi del Novecento segnarono il processo di modernizzazione della Capitale: 137 opere, tra acquerelli e prospetti architettonici, esposte nella suggestiva Centrale Montemartini, a sua volta testimone dei grandi cambiamenti dell’era industriale.

Il percorso della mostra, topografico e tematico, si snoda tra le gigantesche turbine per i “nuovi” impianti elettrici dei primi del Novecento e antichi busti di epoca romana, preziosa cornice per il genio innovativo di Maria Barosso (1879 – 1960) artista poco conosciuta. Tornano a nuova vita le sue opere, in gran parte conservate nei depositi del Museo di Roma a Palazzo Braschi, oltre che nelle collezioni private e prestigiose istituzioni quali Palazzo Altemps o il Vicariato di Roma.
L’esposizione procede tra le testimonianze pittoriche e i documenti d’archivio costituiti da fotografie, schizzi preparatori di altri architetti, manufatti storici. Tra capacità progettuali e attitudine artistica, l’unica archeologa donna – in stretta collaborazione con l’allora Soprintendente Boni- descrisse le demolizioni, le scoperte clamorose e gli interventi scenografici voluti dal regime fascista, quando vennero sacrificati interi quartieri, antiche chiese e piazze monumentali in nome della grandezza di Roma.

Ed ecco lo sbancamento della Velia, piccola collina che collegava Palatino ed Esquilino, eliminata per lasciare spazio ai Fori Imperiali e per ricreare – secondo le aspettative – le grandi scenografie dell’antico impero. Nello story telling della mostra si ricostruisce in forma di “diario” questa esperienza: “tra il colle Oppio e il Palatino, nel tessuto dell’antico quartiere, vennero letteralmente “smontati” gli edifici presenti, con tagli profondi nel suolo per fissare i cunei, ancoraggio della parete rocciosa e tiraggio con funi per consentirne il distacco. Fino ad ottenere l’agognato colpo d’occhio sul Colosseo”.

Gli scavi, tuttavia, serbarono anche buone sorprese: è il caso del ritrovamento dei templi repubblicani e della Curia di Pompeo, emersi tra le macerie a largo Argentina o il Foro Boario e il Foro Olitorio scoperti lungo la nuova via del Mare. “Si rimise in luce l’ossatura degli edifici antichi, sepolta sotto le secolari stratificazioni” si legge in questa sorta di diario: “il progetto iniziale prevedeva di far tabula rasa del costruito per realizzare un nuovo edificato, più funzionale e moderno”. E ancora, sono esposte le riproduzioni di affreschi e mosaici collocati in varie chiese romane, scoperti nel corso di importanti restauri; le incisioni realizzate su committenza; i risultati delle collaborazioni internazionali. Gli acquerelli che riproducono gli affreschi della basilica di Santa Maria Maggiore e della Loggia del Priorato di Rodi completano questa particolare visita tra ricostruzione storica e sensibilità d’artista.
“Maria Barosso, artista e archeologa nella Roma in trasformazione”, Centrale Montemartini, fino al 22 febbraio 2026.
