Storia di un’invenzione sopravvissuta, dai martelletti di ghisa ai nostri smartphone

A vent’anni mi hanno regalato una Valentina Olivetti. Si chiamava come mia sorella piccola. Era rossa, fiammante, anche se di seconda mano, con quella custodia di plastica che sembrava un secchiello. Ettore Sottsass l’aveva progettata perché fosse leggera: la scrittura non doveva più stare ferma su una scrivania pesante, poteva viaggiare. Io non avevo idea di avere tra le mani un oggetto di design strafigo.
Su quella macchina ho scritto il mio primo romanzo, i primi racconti, i primi articoli. Ma se devo essere onesta, la poesia finiva presto. Scrivevo con due dita sole, mi veniva la tendinite. E poi c’era l’incubo del nastro: finiva sempre sul più bello, o si sfilacciava, lasciandomi con le mani nere a combattere con le bobine.
Appena ho potuto, mi sono convertita al PC. Senza rimpianti, allora. La velocità, la pulizia, il tasto backspace che cancellava gli errori senza lasciare cicatrici di bianchetto. Però tuttora ho un modo di pigiare che forse ho ereditato. Ma ho anche ereditato un segreto che la Valentina già custodiva.
Avete mai fatto caso alla disposizione delle lettere sulla tastiera? Si chiama Q-W-E-R-T-Y. Non è un ordine logico, né alfabetico. È, paradossalmente, un ordine nato per rallentarci.
Nelle prime macchine da scrivere dell’Ottocento, se eri troppo veloce, i martelletti metallici si incastravano tra loro. Si faceva “scopa”. La macchina si bloccava. Così, nel 1873, fu progettato questo schema per allontanare le lettere più usate e costringere le dita a una danza più lenta. Un limite meccanico diventato standard universale.
L’uomo dietro questo sistema si chiama Christopher Sholes. Era un editore di giornali e stampatore americano e nel 1873 perfezionò questo sistema. Dovette letteralmente “sparpagliare” le coppie di lettere più usate, come la S e la T, per rallentare il movimento del ferro.
Ed è finito nei nostri telefoni per pura abitudine cognitiva. Quando sono arrivati gli smartphone, non c’era più alcun motivo tecnico per usare il QWERTY, ma ormai miliardi di persone avevano imparato quella mappa mentale. Cambiare avrebbe significato costringere il mondo a imparare a scrivere da capo. Il QWERTY ha vinto perché è stato il primo, non perché fosse il migliore.
C’è anche una curiosità: se guardate la riga superiore della tastiera noterete che contiene tutte le lettere della parola TYPEWRITER. Si dice che Sholes l’abbia fatto apposta per permettere ai venditori di scrivere il nome del prodotto velocemente durante le dimostrazioni, usando solo la prima riga.
Insomma, oggi scriviamo alla velocità della luce su tastiere nate per frenarci. Cosa c’entra questo con il mio lavoro e con i miei corsi di scrittura?
C’entra perché la tecnologia cambia, ma il cuore del problema resta lo stesso: trovare il ritmo. A volte la velocità del digitale ci imbroglia. Ci fa credere che scrivere sia solo “riempire uno spazio”. Invece, la buona scrittura ha bisogno di attrito. Di quel millesimo di secondo in cui il pensiero si ferma a scegliere la parola giusta invece della prima che capita.
Oggi non combatto più con i nastri d’inchiostro, ma combatto ancora per dare una forma comprensibile a ciò che ci attraversa. La tecnologia ci ha dato la velocità, ma la disciplina – quella che impari quando hai solo due dita e un foglio bianco – ci dà la direzione.
E voi? Siete dei nostalgici del ticchettio o avete benedetto il giorno in cui è arrivato il “copia e incolla”?
La Valentina in foto non è la mia, l’abbiamo rivenduta al rigattiere durante un trasloco.
