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10 Maggio 2026

“Lungo le strade blu”, volti e sogni del Midwest in mostra a Trastevere

L’American way of life e le infinite pianure americane negli scatti di Francesco Conversano: un’esposizione al Museo in Trastevere fino al 4 ottobre.

“Area 51” di Francesco Conversano

 

“Lungo le strade blu. Along the Blue Highways” è una mostra figlia del cinema: una selezione di novanta opere, a colori e in bianco e nero, realizzate dal regista Francesco Conversano negli Stati Uniti tra il 1999 e il 2017 per vari film documentari prodotti da RAI Cinema. Un progetto espositivo corale in cui convergono realtà, memoria e poesia espressi nei volti scavati dei contadini o nella rigidità espressiva di un moderno sceriffo; la speranza non priva di rassegnazione catturata negli sguardi dei migranti in attesa di un viaggio che li porti in zone più ricche o nella solitudine di una ormai anziana cassiera, che, probabilmente, non crede più alla favola della grande America.
Numerosi i riferimenti al cinema, appunto, e alla letteratura, dai versi di Walt Whitman ai romanzi di John Steinbeck e, nelle arti visive, dai paesaggi di Edward Hopper ai volti dei farmers e dei pionieri fotografati durante la Grande Depressione. L’esposizione rispecchia il viaggio, geografico e antropologico, attraverso un paesaggio non solo di luoghi (i cartelli lungo le sconfinate praterie, dove sembra di sentire il vento che percorre luci e silenzi) ma anche di aspirazioni -mai sopite- della gente comune in un contesto assai diverso da quello delle grandi metropoli.

La prima sezione, “Volti”, presenta personaggi dai cui visi traspare una storia personale fatta di solitudine o di nostalgia che il ritmo lento aumenta di intensità e talvolta di ironia.

“Volti” di F.Conversano

Ogni personaggio sembra dare forma a un
aspetto della vita di provincia, dal solitario operaio di Atomic City, cittadina di ventinove
anime nello stato dell’Idaho, allo sguardo aspro e dignitoso del pescatore di ostriche della Florida: volti segnati da rughe e da sguardi persino impauriti. la scelta del bianco e nero, capace di catturare le sfumature della luce e del tempo, spesso impietoso.

La seconda sezione, “Segni”, espone cartelli, manifesti e insegne che hanno trasformato il paesaggio rurale diventando simbolo della cultura pop americana e della rivoluzione artistica degli anni Sessanta; non a caso, in technicolor, campeggia il manifesto pubblicitario per la Coca Cola. La mostra ci restituisce la fatica e la scoperta di un viaggio geografico e antropologico in un Paese condizionato dagli stereotipi e dall’ansia di affermazione, instillata fin dalla nascita.

“Il viaggio lungo le Blue Highways è stata una occasione per entrare e muoversi in questi universi, tra il reale e l’immaginario, il mostrato e il nascosto, diventando esperienza di cinema del reale che incontra e si intreccia con le mitologie sedimentate dentro di noi”, dice Conversano. Nel 2002, l’idea di un’esplorazione in un mondo pervaso dall’orrore (e dalla paura) dopo l’attacco alle Twin Towers, sembrò quantomeno ambiziosa: Conversano e Nene Grignaffini iniziarono l’avventura nella provincia americana, proseguita nel 2003 e conclusasi nel 2008. Nel corso delle riprese cinematografiche, il regista era solito scattare fotografie, frammenti di narrazioni complementari ai film, una sorta di diario di viaggio seguendo le Blue Highways, le strade colorate in blu sulle mappe Rand McNally.
Le “strade blu” simboleggiano quindi un mondo fatto di piccole città, industrie abbandonate, stazioni di servizio in mezzo al nulla, ristoranti e attrazioni che rappresentano una forma di esistenza lontana dalla presunzione della globalizzazione e del progresso: è il caso dell’oramai abbandonata Area 51, sito tristemente noto, legato a esperimenti militari nucleari del passato, o luoghi della memoria come il cimitero di Spoon River.

“Segni” di F.Conversano

L’occhio di Conversano riesce a comunicare una cultura lontana attraverso la rappresentazione ruvida di luoghi e di persone reali che nasce dalla ricerca di “una sorta di geografia umana che fa da contraltare alla geografia fisica dei luoghi reali” si legge nelle note del Catalogo: “quell’autenticità che, in un mondo pieno di distrazioni e di superficialità sembra voglia rimetterci in connessione con noi stessi”.

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