12 Aprile 2026

Metamorfosi d’artista: la complessità e l’intensità di Mario Schifano in una grande mostra al Palaexpo

Al Palazzo delle Esposizioni più di cento opere per illustrare e focalizzare il percorso di un grande pittore.

Mario Schifano, Casa d’autore

 

Un allestimento che rende giustizia a uno dei più significativi nomi dell’arte contemporanea: Mario Schifano (1934 – 1998) il cui percorso è strettamente legato agli ambienti culturali che ebbe modo di attraversare e, in alcuni casi, rivoluzionare. Di famiglia italiana rientrata dalla Libia a seguito dell’esplosione del conflitto mondiale, il giovane Mario dal 1951 al 1962 lavora come disegnatore presso il Museo etrusco di Villa Giulia; nel 1960 partecipa a una collettiva (tra i “5 Pittori” figurava anche Franco Angeli) e da qui si aprono le porte delle gallerie di New York, Parigi, Venezia, in un crescente interesse da parte della critica.

Trasferitosi a Milano (ma con l’occhio sempre puntato sulle novità internazionali) sperimenta nuovi modi di fare arte, impiega vernici industriali, utilizza lastre di plexiglass trasparente o colorato che sovrappone, a mo’ di filtro, alle tele dipinte.Nel 1970 scopre lo smalto industriale con il quale dipinge su tele precedentemente emulsionate con immagini fotografiche tratte dalla televisione: Paesaggi TV e Personaggi TV. Dalla seconda metà degli anni Settanta e dopo un periodo di brevi realizzazioni cinematografiche, Schifano torna alla pittura con nuovi cicli iconografici: Al mare, Quadri equestri, Orti botanici, Gigli d’acqua, Campi di grano.

Considerato ormai un maestro della scena artistica, il pittore intensifica la sua attività in Italia e all’Estero, in un crescendo di consensi. Una vita fortunata, dunque, che attraversa i decenni fecondi dell’arte tra Sessanta e Ottanta: eppure è considerato ancora troppo complesso per “essere catturato per intero” (Lancioni, Curatrice della mostra).
Del resto, lo stesso Schifano definì il suo processo creativo in modo criptico: “lavorando copro tutto… a volte è giallo oppure bianco e blu o rosso; infine, come per dargli un nome ci segno una cifra”. Anche Massimo Mattioli (in ArtsLife) descrive la sua arte con parole che evocano il “mistero” della composizione: “uno dei protagonisti più irregolari dell’arte italiana del secondo Novecento (…) Nei celebri monocromi del 1960 il gesto sembra ridursi all’essenziale. Le sue tele non rappresentano soltanto immagini, ma il modo in cui esse si depositano nella memoria collettiva”. E l’ironia implicita di alcune sue creazioni? Tipo la Sala da pranzo ricostruita all’inizio del percorso, dipinta nel 1968 per casa Agnelli, a Roma, dove “la pittura esce dalla tela e diventa spazio, esperienza domestica, quasi scenografia della vita quotidiana” come si legge nelle Note dell’esaustivo Catalogo.

Un discorso a parte richiedono i famosi “monocromi” degli anni Sessanta, cui è dedicata un’intera sezione, ovvero opere astratte (composte da una o due tinte) per le quali Schifano ideò la tecnica dello smalto su carta applicata su tela, che divenne cifra stilistica nella produzione a seguire: realizzò circa cento tele, alternate ad altri lavori contenenti insegne pubblicitarie. Si legge, ancora, nel Catalogo: “L’impiego di un’unica tinta, più o meno omogenea e modulata, avrebbe dunque consentito al quadro di eliminare ogni indizio di profondità spaziale, a partire dalla relazione primaria e fondativa tra figura e sfondo”.
Un percorso ricco di sorprese, che cattura e incuriosisce: la grandezza di un artista è anche questa, probabilmente.

“Mario Schifano”, Palazzo delle Esposizioni fino al 12 luglio.

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