Tesla ha messo sul tavolo un piano da fantascienza: se raggiungerà obiettivi ambiziosi nei prossimi dieci anni, Elon Musk potrebbe incassare fino a 1.000 miliardi di dollari. Una cifra che fa tremare.
Ieri mi è saltata agli occhi una notizia impossibile da ignorare: Elon Musk potrebbe diventare il primo trilionario della storia. No, non è un refuso. Mille miliardi. Con la “t”.
Tesla ha tirato fuori un nuovo piano di incentivi: se Musk riesce a far salire la capitalizzazione dell’azienda da poco più di 1 trilione a 8,5 trilioni di dollari in dieci anni, incassa il premio. Loro stessi hanno scritto: “Yes, you read that correctly.” Sì, hai letto bene. E no, non è un film.
Davanti a cifre del genere, come si fa a non fermarsi un attimo?
Non è solo la storia di un tipo geniale (e un po’ fuori asse) con una fissa per i razzi. È il tachimetro di un mondo che va sempre più veloce, e spesso senza mani.
E questa storia, per assurdo che sembri, ci riguarda anche qui. Perché quando miliardi così si spostano, cambiano le regole ovunque. E ci mostrano anche come stiamo messi noi: come guardiamo il successo, l’ambizione, il rischio… e quanto spesso preferiamo restare a bordo campo a dire la nostra.
Ecco, io non ne parlo per indignarmi o fare il professorone.
Ne parlo per mettere a fuoco. Per capire, coi numeri davanti, in che mondo viviamo davvero. Perché se non capiamo quello, parlare di soluzioni è solo un esercizio di stile.
Un numero che sfida l’immaginazione
Un trilione. Ovvero mille miliardi. Ovvero un milione di milioni.
Forse non tutti hanno idea dell’immensità della cifra.
Se provassimo a contarla a uno al secondo, senza mai fermarci, ci metteremmo oltre 31.000 anni: dall’alba dell’agricoltura a oggi… e ancora non avremmo finito. Se la “spendessimo” a un milione al giorno, servirebbero circa 2.740 anni: da Pericle ai nostri nipoti del quarantesimo secolo dopo Cristo.
In distanza: un trilione di metri sono un miliardo di chilometri, più del tragitto dal Sole a Giove e ancora avanti verso Saturno. In metallo: 1 trilione di monete da 1 € (spessore 2,33 mm) formerebbe una colonna alta 2,3 milioni di chilometri — circa sei viaggi Terra–Luna — e peserebbe 7,5 milioni di tonnellate, come mille Tour Eiffel.
E se lo trasformassimo in banconote da 100 dollari, stese una dopo l’altra, coprirebbero la distanza da Milano a Sydney e ritorno, senza lasciar vedere l’asfalto.
Ed è qui che si apre il paradosso: cifre di questa portata risultano quasi incomprensibili per molti. Mille euro sono una spesa mensile, centomila euro il prezzo di una casa, un milione un sogno da lotteria. Ma già un miliardo (mille milioni) è difficile da visualizzare, e un trilione — mille miliardi, un milione di milioni — appartiene a un universo che sfugge alla percezione quotidiana.
Gli economisti parlano di “innumeracy”, l’incapacità di immaginare grandezze troppo lontane dall’esperienza diretta. Per renderle visibili servono paragoni: spendendo un milione di euro al giorno ci vorrebbero quasi tremila anni per consumare un trilione. Come per le distanze cosmiche, oltre una certa soglia non è più la mente a capire, ma solo la matematica.
Ecco perché patrimoni come quello di Musk, pur reali, finiscono per sembrare astrazioni. A cui assistiamo – beatamente e, chissà perché, a volte, – quasi compiaciuti.
Il piano di Tesla
Teniamo in mente questa scala. Perché in questi giorni è tornata a circolare — nei documenti societari Tesla e in vista dell’assemblea del 6 novembre — l’ipotesi di un piano in 12 tranche che, al raggiungimento di obiettivi ambiziosi ma presentati come realizzabili (capitalizzazione a 2.000 miliardi, 20 milioni di veicoli consegnati, 1 milione di robotaxi in servizio, 1 milione di bot AI), potrebbe valere in dieci anni fino a 1.000 miliardi di dollari per Elon Musk, a condizione che resti alla guida per l’intero periodo. Non è un assegno già staccato, ma un’ipotesi reale abbastanza da finire nei lanci di AP, The Guardian, Reuters e fare il giro del mondo — e anche una cifra che si aggiunge al già gigantesco patrimonio attuale di Musk.
Per dare un’idea della scala: Tesla, al massimo della sua storia nel 2021, aveva toccato circa 1,24 trilioni di dollari di capitalizzazione, mentre oggi oscilla intorno al trilione. Raddoppiare questa quota non è impossibile sulla carta, ma significherebbe replicare — e superare — il picco più alto mai raggiunto.
Il suo patrimonio netto oggi si aggira intorno ai 400 miliardi di dollari: Bloomberg indica una stima di circa 378 miliardi; altre fonti, come Reuters, parlano di circa 407 miliardi. È già la più grande fortuna personale al mondo, e per dare un’idea: equivale a quasi l’intero PIL annuo dell’Austria o, se volete, più di due volte la ricchezza prodotta in un anno da tutti i 25 Paesi più poveri messi insieme.
Con quei soli 400 miliardi, si potrebbe — ad esempio — garantire acqua potabile e servizi igienici a tutta l’umanità per oltre tre anni consecutivi, oppure finanziare due volte l’intero costo stimato per eradicare la malaria dal Pianeta.
Il gioco delle equivalenze
Cosa si può fare con un trilione? Non cambia la realtà, ma misura lo scarto tra ciò che possiamo e ciò che scegliamo.
Acqua per tutti
Servono in media 114 miliardi di dollari l’anno per dare acqua sicura e servizi igienici all’intero pianeta. Con un trilione si coprirebbero quasi nove anni di investimenti.
Vuol dire milioni di rubinetti che oggi non esistono e milioni di persone che non devono più camminare chilometri con un secchio in testa.
Malaria, addio
Eradicare la malaria costerebbe 90–120 miliardi. Anche scegliendo la cifra alta, resterebbero quasi 900 miliardi. In cambio, milioni di vite salvate.
Vuol dire bambini che non muoiono più per una puntura di zanzara.
Difendersi dal clima
Ai Paesi in via di sviluppo servono 215–387 miliardi l’anno per argini, reti idriche e città più sicure. Un trilione copre tra due anni e mezzo e cinque anni di opere essenziali.
Vuol dire quartieri che non finiscono sott’acqua a ogni alluvione.
La corsa alle rinnovabili
L’IEA calcola che servano 4,5 trilioni l’anno per la transizione energetica. In questa scala, un trilione equivale a tre mesi di corsa globale verso Net Zero.
Vuol dire centrali a carbone che chiudono prima e pannelli solari che si accendono prima.
La misura terra-terra
Se preferite un numero ancora più concreto: i 25 Paesi “a basso reddito” del mondo (Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Mali, Sudan, Yemen e altri) hanno prodotto nel 2024 un PIL aggregato di circa 466 miliardi di dollari. L’ipotetico “trilione” di Musk è più del doppio dell’intera economia annua dei più poveri della Terra.

L’occhio dell’ONU
Il Rapporto sullo sviluppo umano dell’ONU fotografa una realtà spietata:
- 1,1 miliardi di persone vivono in condizioni di povertà multidimensionale (senza accesso a servizi sanitari, istruzione, acqua, elettricità).
- Basterebbero poche centinaia di miliardi ben investiti per garantire istruzione primaria universale, reti di assistenza sanitaria di base e riduzione drastica della mortalità infantile.
- Il divario più grande non è solo tra Nord e Sud del mondo, ma dentro i Paesi stessi: negli Stati Uniti, il 10 % più ricco controlla quasi il 70 % della ricchezza; in Africa subsahariana, milioni di bambini non vanno a scuola mentre multinazionali estrattive generano profitti miliardari.
Con 1 trilione si potrebbero finanziare programmi globali che — secondo l’ONU — permetterebbero in un decennio di ridurre drasticamente povertà estrema, malnutrizione, mortalità evitabile e diseguaglianze di genere.
Il paradosso della scala
Quando l’immaginazione finanziaria sa concepire compensi da epopea, la nostra immaginazione pubblica fatica a vedere acquedotti, zanzariere, cliniche. Il capitalismo delle visioni (auto che guidano da sole, umanoidi che lavorano) è magnetico; quello delle riparazioni (acqua, malaria, scuole) è sempre rimandato a “dopo”.
Eppure, come ricordava Amartya Sen, “lo sviluppo è libertà”: la libertà concreta di non morire di diarrea a cinque anni, di avere una scuola che ti insegni a leggere, di non perdere la casa a ogni alluvione. Non c’è glamour nei tubi in PVC o nelle pompe di clorazione, ma è lì che la vita si allunga.
Applaudiamo ai fuochi d’artificio del futuro, ma sbadigliamo davanti al “piano-bar” della realtà: i 114 miliardi per l’acqua, i 90–120 per la malaria, i 215–387 per l’adattamento. Non c’è glamour nei tubi o nei drenaggi, eppure è lì che si misura la civiltà.
Il punto
Il punto, alla fine, non è Musk (che fa Musk) né Tesla (che fa Tesla).
Il punto siamo noi, e cosa riteniamo degno di desiderio collettivo.
Se mille miliardi sono ormai un’unità di misura del possibile, usiamoli anche per pesare il necessario. Poi, certo, il mercato promuoverà o boccerà i robotaxi. Ma sulla sete, sulle febbri, sulle scuole che mancano, decidiamo noi.
La misura del progresso
La domanda che a tutti viene in mente è: ma poi, che ci fa una persona con tutti questi soldi? Il vero scandalo, però, forse, non è che qualcuno possa guadagnare un trilione, ma che a noi sembri normale.
Perché spesso dimentichiamo che ogni miliardo che vola in alto senza atterrare a terra è un’occasione perduta di liberare vite dalla sete, dalla febbre, dall’ignoranza. Ecco perché patrimoni come quello di Musk, pur reali, finiscono per sembrare astrazioni.
A cui assistiamo – beatamente e, chissà perché, a volte, – quasi compiaciuti.
La misura del progresso non è (solo) l’auto che si guida da sola, ma il bambino che arriva vivo al suo quinto compleanno. Altrimenti non è progresso: è solo uno show costosissimo, che applaudiamo senza farci troppe domande.
[Questo post è stato pubblicato originariamente da Open Italy – L’Italia spiegata bene, ovunque tu sia, la newsletter in cui Marco D’Auria racconta politica, società e attualità italiane. Per italiani all’estero, per chi sogna di partire, o semplicemente per chi vuole capire davvero l’Italia, anche da lontano]

