Dalle corsie dell’Isola Tiberina a una miniserie Rai: la storia vera del medico Giovanni Borromeo e della finta epidemia che beffò i nazisti per salvare gli ebrei di Roma.

Il paziente lamenta sintomi sempre più gravi, crampi, convulsioni, demenza, tetania, paralisi, per poi aggravarsi progressivamente e infine morire per asfissia dopo una lenta e inesorabile agonia. La malattia, terribilmente contagiosa, sembra tubercolosi, ma non lo è. Si tratta di una patologia poco conosciuta, indicata nelle cartelle cliniche come morbo di K o sindrome K.
Tranquilli, non vi allarmate, non stiamo parlando della variante dell’influenza molto diffusa in questi giorni in Italia. Nessuno rischia di ammalarsi di morbo K perché, a dirla tutta, non è neanche una vera malattia ma un’invenzione, targata Roma, Isola Tiberina, 1943.
Si narra che, con l’arrivo di una nuova epidemia di peste, nel III secolo dopo Cristo si decise di costruire sull’isola Tiberina un tempio dedicato a Esculapio, l’equivalente romano del dio greco della medicina Asclepio, e la peste svanì miracolosamente! Da quel momento l’isola viene considerata un santuario/ricovero medico finendo per prestarsi naturalmente ad essere trasformata in ospedale.
Nel 1585 i seguaci di San Giovanni di Dio fondano l’Ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli. La specialità dei monaci medici è la cura delle vittime delle grandi epidemie e per farlo portano grandi innovazioni come letti singoli per ciascun malato e separare i pazienti in reparti distinti a seconda delle patologie di cui erano afflitti. Con i secoli l’ospedale diventa, tuttavia, un cronicario con pochi e vecchi malati. L’incontro tra il Priore calabita Fra’ Maurizio Bialek e il giovane capace dott. Giovanni Borromeo cambia tutto. L’obiettivo è: recuperare l’antico nosocomio per farlo diventare una delle migliori strutture ospedaliere della capitale [1].
Il prof. Giovanni Borromeo è un cattolico liberale, reduce della I guerra mondiale (e medaglia di bronzo al valore) che, pur avendo vinto due volte il concorso per primario, richiedendogli la legge l’obbligatoria iscrizione al partito fascista si rifiutò e scelse di rimanere aiuto. Nel periodo del ventennio del XX secolo, in Italia, negli ospedali e in tutta la pubblica amministrazione il personale ha l’obbligo di essere iscritto al Partito Nazionale Fascista. Nel complesso tiberino dei Fatebenefratelli la situazione è diversa. Il nosocomio, per norma concordataria, è considerato una struttura privata, non sottoposta a vincoli pubblici o statali. Da qui, una relativa tolleranza delle autorità fasciste. Inoltre, i frati non sostengono le dottrine fasciste e naziste.
Grazie a tale situazione, il dottor Giovanni Borromeo può divenire primario del Fatebenefratelli nel 1934 e lui e i suoi colleghi sono liberi di esprimere le proprie convinzioni, le proprie idee politiche. Ma anche il quel microcosmo felice tra i medici e il personale regna l’incertezza e la confusione. Una spinta morale per molti è la guerra di Spagna, che tutta la congregazione degli ospedalieri di San Giovanni di Dio vive come un dramma, ma, come scrive un protagonista, “ciò che più di tutto servì ad aprire gli occhi e a far assumere a noi, pur isolati in quell’ospedale, più precisi impegni morali chiarendo le idee anche ad altri fu lo sviluppo della campagna razzista in Italia. Il razzismo era lontanissimo dalla nostra cultura e dalle nostre tradizioni. Fu imposto dai nazisti”. [2]
Di fronte al Fatebenefratelli c’è l’ospedale ebraico, il Ghetto si trova al di là del ponte. Il legame con gli ebrei romani è profondo. Più si oscura il futuro del paese e più difficile si fa la vita dei cittadini, più naturale diventa l’accondiscendenza dell’ospedale e di tutto il suo personale nei confronti degli antifascisti e dei perseguitati. In ospedale lavorano regolarmente diversi medici antifascisti come Ossicini, Lapponi e Simeoni. Il reparto paganti è un luogo importante per curare, incontrare e proteggere personalità politiche. Tra i tanti Ernesto Cabruna, Achille Grandi, Guido Gonella, Giuseppe Romita – che si serve del Fatebenefratelli per riallacciare i rapporti con i vecchi compagni socialisti – Guido Calogero, Leone Cattani, Franco Rodano, Pietro Ingrao.
Dopo l’8 settembre 1943 la resistenza comincia ad organizzarsi. Molti responsabili della politica italiana si rifugiano nell’ospedale. Tra i tanti vi vengono ricoverati Luigi Cevolotto, Giuseppe Spataro e Felice Balbo, teorico del movimento militante cattolico. Al Fatebenefratelli è attiva una precisa organizzazione clandestina dotata anche di una radio trasmittente che Fra’ Maurizio riesce a far installare nei sotterranei e che consente i collegamenti con gli alleati. Presumibilmente anche per tale motivo, il generale Roberto Lordi [3] , che coordina le truppe italiane e le rifornisce di armi e munizioni, facendo il doppio gioco coi tedeschi, entra in contatto con il prof. Borromeo. I due si incontrano più volte, anche in ospedale, e diventano ottimi amici. Ma il problema che si fa sempre più assillante è quello della persecuzione degli ebrei. L’ospedale si era a mano a mano organizzato per ospitare ebrei. Ma la domanda è: come fare per evitare loro la deportazione?
È qui che interviene quello che, in lingua italiana, è stato definito come “trovata, pensata improvvisa che risolve in modo brillante e immediato un problema, una situazione intricata” (dizionario De Mauro) ovvero un colpo di genio. Lo ha il primario del Fatebenefratelli, Borromeo appunto. Un intero reparto viene adibito a ricovero di ebrei, alcuni malati, molti sani, anzi sanissimi. A tutti, indifferentemente, il professore fa scrivere sulle loro cartelle cliniche S.K., Sindrome K, o affetti da morbo di K: una malattia inesistente. Talvolta anche i nomi vengino cambiati. Scriverà il figlio: “K sta indifferentemente per Kesselring o per Kappler, Giovanni Borromeo se l’è inventato di sana pianta, completo di sintomi, decorso, contagio (pericolosissimo) ed esiti permanenti” [4].
Non è, infatti, una malattia come le altre. È altamente contagiosa e gli ammalati possono essere trattati solo dal personale medico e con le adeguate misure di protezione. I tedeschi, impauriti, si rifiutano di entrare nel reparto. I frati sono d’accordo. Il personale è consenziente. I medici partecipano attivamente, come ha poi ricordato il dottor Vittorio Emanuele Sacerdoti, un medico ebreo che operava in ospedale sotto falso nome. La “forza” del morbo di K travalica le sponde del Tevere. Il dottor Giuseppe Caronia ricovera decine di ebrei al policlinico Umberto I con false diagnosi tra le quali quella del morbo di K. Per mostrare che i pazienti sono realmente malati inietta loro il vaccino antitifico che ha l’effetto collaterale di produrre febbre alta [5].
Il 16 ottobre avviene la deportazione degli ebrei di Roma. All’ospedale si rendono conto di tutto e riescono a far fuggire diverse persone, giovani e donne prevalentemente, ricoverandole nella struttura alcune subito, altre il giorno dopo con l’assenso di Giovanni Borromeo. Sono ospitate con soluzioni di fortuna in vari reparti. Un elenco completo, ufficiale di queste persone non esiste. Dopo anni, ne ha tentato uno Adriano Ossicini, testimone oculare di quei momenti e ve lo mostriamo così com’è stato pubblicato.

Il Fatebenefratelli è sempre nel mirino. E dentro vi sono tanti ebrei, molti polacchi, pazienti “affetti” da morbo di K. Sono ospitati in stanze con porte ermeticamente chiuse, coperti ed isolati, e viene chiesto loro di dare forti colpi di tosse per simulare i sintomi della malattia. Allo stesso tempo, i pazienti vengono attaccati a macchinari, si mostrano farmaci e soluzioni proprio come accade per il trattamento delle grandi malattie infettive. “Il giorno in cui i nazisti arrivarono in ospedale”, ha raccontato Sacerdoti alla BBC, “qualcuno venne nel nostro studio e disse: ‘Dovete tossire, tossire continuamente perché questo li spaventa, non vogliono contrarre una pericolosa malattia e non entreranno’ ” [6].
Due camion carichi di soldati tedeschi circondano l’ospedale. Vogliono controllare i malati. Borromeo è avvisato ed è preparato. Fra’ Maurizio fa da interprete coi polacchi. Comincia l’ispezione. I soldati germanici sono accompagnati da un ufficiale medico. Li accoglie il primario che parla fluentemente tedesco e li informa accuratamente della pericolosità della sindrome K: guarigione molto rara, alto tasso di contagio, gravi esiti permanenti. Invita l’ufficiale medico a procedere a una visita dei malati, ma questi è terrorizzato e non si azzarda. I soldati non ne parliamo. I tedeschi se ne vanno. “I nazisti sono scappati come conigli”, dice Vittorio Emanuele Sacerdoti ridendo in un’intervista alla BBC nel 2004. Sono tutti salvi [7].
L’opera di copertura e assistenza continua. E la ricetrasmittente nello scantinato dell’ospedale è sempre attiva. Scrive Adriano Ossicini: “…per me certi collegamenti erano abbastanza facili: tramite quel frate polacco che aveva impiantato una trasmittente nel sotterraneo del Fatebenefratelli ricevevo dagli alleati segnalazioni di carattere militare che consentivano un lavoro informativo e operativo piuttosto puntuale” [8].
In ospedale continuano ad affluire ebrei, tutti affetti dal morbo K. Arriva il momento in cui i veri malati sono una minoranza. Borromeo resiste alla pressione, ma deve vivere in semi clandestinità e spostarsi di continuo. Nessuno osa più venire a controllare i malati. Una soffiata, peraltro, causa una perquisizione dei sotterranei alla ricerca della preziosa trasmittente. I frati vengono avvertiti e la radio se la prende il Tevere. I fascisti e i nazisti non trovano nulla.
Arriva il 4 giugno e la liberazione di Roma. I pazienti guariscono tutti miracolosamente dal morbo K e sono dimessi. Comincia per loro una nuova esistenza in libertà.
Si ritiene che gli ebrei salvati al Fatebenefratelli siano un centinaio. Noi crediamo che siano molti di più.
E questa storia, così intrisa di ironia e di presa in giro tipicamente romana, non poteva che viverla la Città Eterna.
Giovanni Borromeo e Giuseppe Caronia sono stati riconosciuti Giusti tra le Nazioni dal memoriale dello Yad Vashem.
Nel giugno 2016, lo stesso Ospedale Fatebenefratelli è stato premiato dalla Fondazione americana Raoul Wallenberg, che si propone di onorare le gesta eroiche compiute durante la guerra.

1 commento
ho visto la miniserie morbo k, mi è piaciuta ma, trovo che la morte, per mano di un ufficiale nazista, del Professore, sia stata eccessiva. la serie era già molto drammatica per i contenuti che narrava e fare morire l’eroe di un fatto realmente accaduto, si poteva evitare. Fra l’altro , il Prof Borromeo, interpretato con enorme maestria dall’attore, nella realtà non è stato ucciso da nessuno