Invecchiare senza scuse, tra compleanni scomodi e stereotipi sociali.
La prima volta che vengo rimproverata per la mia età ho otto anni.
Secondo una signora riccia sono troppi per inseguire e fare casino con altri coetanei durante una festa. Tanto che mi dice: “non ti vergogni alla tua età?”
Io non solo non mi vergognavo: mi stavo divertendo.
Fra un po’ sarà il mio compleanno
(provateci voi a fare il compleanno a settembre, quando tutti sono appena rientrati, depressi e senza voglia di festeggiare) e mi sembrava doveroso parlare dell’età.
Potete anche chiedermela, l’età, perché l’idea che non si possa domandarla a una signora è una grande cazzata. Presuppone che invecchiare sia un’onta, una pratica da nascondere, una condanna da vivere in silenzio e senza testimoni.
Da ragazza aveva velleità registiche e chiesi a mio nonno di aiutarmi a girare uno spot: un primo piano di lui che ripeteva la battuta “ho provato a contrastare i segni del tempo, ma non ci sono riuscito”. A distanza di tempo mi rendo conto che non ebbe nulla da ridire. Mi disse solo che la frase era vera. E la sua verità era limpida: il tempo lascia segni, e non c’è trucco, filtro o lifting che possa cancellarli davvero.
Lo vediamo in natura, ci sono cicli, c’è un tempo nostro che ci vede sulla cresta dell’onda, che non solo finisce come temiamo, ma si trasforma.
La faccenda dell’età ci riguarda tutti e tutte. È codificata, imbalsamata in decine di articoli, reel e caroselli social che ti spiegano cosa indossare a venti, come mangiare a trenta, come tagliarti i capelli a quaranta.
L’età diventa un manuale di istruzioni imposto da altri.
Uno dei problemi è non essere più appetibili sessualmente, secondo i parametri bisognerebbe fermarsi intorno ai trenta e quindi è facile immaginare l’equazione: soli in quanto non più attraenti. “Se è diventato cinquantenne corteggiatore dileggiato e respinto persino un figone come Raoul Bova, figuriamoci noi”, avranno pensato molti signori.
Ma quale relazione impostata sull’attrazione ormonale può resistere nel tempo se non è supportata da ascolto e stima reciproca? Succedeva a vent’anni e continua a succedere.
Poi non parliamo del lavoro, invecchiare, soprattutto da freelance, significa avere a che fare con ragazzi appena usciti dall’università, è una lotta a non farsi passare da Generazione X (e altre caselle da fleggare) a competere con loro, o resistere alla tentazione di metterli in guardia “eh, adesso voi avete entusiasmo per questo mestiere, ma vedrete fra qualche anno”.
Il paradosso è che viviamo più a lungo e meglio dei nostri nonni, eppure ci fanno credere che ogni compleanno sia un passo verso la perdita, invece che un guadagno di esperienza, libertà o perfino leggerezza.
Riguardo la leggerezza dell’invecchiare io vi rimando alle interviste a Natalia Aspesi, ora e per sempre, tipo giuramento, pure quando dice che invecchiare è una schifezza, lo dice bene, come si deve, leggete: Sono vecchia e non è un mio problema.
Perché gli studi lo confermano: la percezione di sé dipende in gran parte dallo sguardo esterno. Non è solo il corpo a invecchiare, ma la narrazione che gli altri costruiscono attorno al tuo corpo. A vent’anni sei “inesperta”, a trenta “in ritardo”, a quaranta “fuori tempo massimo”. Non sei mai nel posto giusto, nel momento giusto.
Il lavoro di studiosi come Carstensen e Taylor evidenzia come questi stereotipi portino a un’internalizzazione che mina l’autostima e la salute mentale. In breve, non siamo solo il nostro corpo, ma il modo in cui la società lo etichetta.
Si chiama ageismo: è una forma di discriminazione basata sull’età,
che si manifesta attraverso stereotipi e pregiudizi che portano a comportamenti dannosi.
Colpisce principalmente le persone anziane, ma può riguardare anche i giovani (liste che non accettano oltre i 26 anni, per dire, o il divieto imposto dalla signora che mi blocca alla festa), limitando opportunità e benessere psicologico.
Credetemi l’ageismo sarà il prossimo baluardo da contrastare. Fra un po’ i media non parleranno d’altro.
Eppure penso che invecchiare non sia una vergogna, ma un “allenamento”, un concetto che amo. La parola allenamento va oltre il fisico: è una via di crescita interiore. È la disciplina che fortifica lo spirito, la dignità della fatica come strumento di miglioramento. Io che non ho fatto altro che correre e nuotare, lo definisco lA profonda connessione tra il respiro e lo spirito vitale. L’allenamento è l’espressione poetica dell’anima e del corpo che si uniscono per diventare più forti e umani.
Un allenamento a riconoscere i cambiamenti, a non trasformarli in difetti, o responsabilità (invecchiano tutti, pure i capi di Stato che vogliono sostituirsi gli organi). Invecchiare è forse restare, dentro, quella bambina di otto anni che correva alla festa fregandosene della signora riccia.
Mi torna in mente una frase di Bukowski: prima di fare l’amore con una donna più grande, si rende conto che ha parecchi anni più di lui, eppure scrive semplicemente: “l’età non è una colpa”.
Ecco, forse dovremmo ricordarcelo tutti: l’età non è un’accusa, è solo la prova che siamo ancora vivi.
